di Marcello Ravveduto

Il titolo è una parafrasi della teoria socialista liberale di Carlo Rosselli sintetizzata nell’espressione “Socialismo senza Marx”. «Il socialismo – precisava Rosselli – non significa né la socializzazione né il proletariato al potere, e neppure la materiale eguaglianza. Il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva dell’idea di libertà e di giustizia tra gli uomini […] Sforzo progressivo per assicurare a tutti gli uomini una eguale possibilità di vivere un’esistenza degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei bisogni che oggi ancora li domina; possibilità di formare liberamente la loro personalità, in una continua lotta di perfezionamento contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo spesso preda del demonio del successo e del denaro».

Immaginate se il libro si fosse chiamato solo “Eroi di carta” senza l’ingombrante sottotitolo “il caso Gomorra e altre epopee”: sicuramente non sarebbe diventato oggetto di ossessiva attenzione (naturalmente giusto il tempo di qualche intervista o editoriale) di detrattori e sostenitori dello scrittore campano. Eppure a prescindere da Gomorra, che è un “caso letterario” non certo per volontà del professore Dal Lago, è possibile rintracciare, dietro la difficoltà di un linguaggio scientifico elitario, una sapiente descrizione del decadimento politico, civile, economico, sociale e persino linguistico dell’Italia contemporanea.

Per attuare il mio pericoloso esperimento dovrò seguire l’esempio di Rosselli e considerare la lotta alle mafie non come un dogma infallibile, una meta utopica a cui la società deve tendere ma una lotta concreta per attuare e rendere effettive le libertà costituzionali.

Dal Lago si occupa di Gomorra da marxista, ovvero con una visuale storico-materialista. La prima cosa da fare, allora, è leggere Eroi di carta senza tare ideologiche. Un antidoto per evitare di interpretare il libro di Saviano come un’opera dogmatica. L’esegesi del testo viene riservata ai testi sacri della letteratura. Se Dal Lago l’ha ritenuta necessaria vuol dire che riconosce il valore assiomatico del testo, pur negandolo. Chi è più religioso chi legge la Bibbia o chi la interpreta? Non saprei dare una risposta.

Ma andiamo ai fatti. Primo aspetto: il senso di colpa. Purtroppo è vero gli italiani si mobilitano contro le mafie quasi sempre per rispondere ad un collettivo smarrimento che ci assale di fronte al montare della violenza mafiosa. Ne scaturisce una lettura manichea della società in cui è facile associare le mafie al male assoluto, una peste civile che rischia di contagiare tutte le categorie sociali. La peste, da sempre, nella cultura biblica è la metafora del peccato: il popolo che non rispetta la legge di Dio prima o poi sarà punito. Immaginate quale potere evocativo può avere nella nazione che ospita il Vaticano una tale religiosità confinante con la superstizione. In questo contesto diviene “normale” percepire colui il quale si erge contro il suddetto male come un santo/eroe votato al martirio.

Come è possibile che un professore dei processi culturali ignori questo dato antropologico? Associando Saviano – egli stesso afferma che è uno e trino (autore, io narrante e protagonista del libro) – alla Trinità commette un marchiano errore perché si affida proprio alla radicata coscienza cattolica per tentare di spiegare una metafora, altrimenti poco comprensibile. Se poi l’identificazione tra scrittore e scrittura si unifica al punto tale che la denuncia civile dell’opera diventa oggetto di minacce camorristiche all’autore è del tutto naturale dover fare i conti con un meccanismo di santificazione. Non credo sia colpa di Saviano, ma di una distorsione civile della religiosità cattolica. Ad uno studioso del calibro di Dal Lago non può sfuggire il conformismo italiota. Pertanto comincio a pensare che Gomorra sia solo un pre-testo.

Il secondo aspetto: il romanzo delle mafie. Non c’è dubbio che in tema di mafie «la pubblicistica maggiormente diffusa privilegia elementi puramente narrativi, ricchi di stereotipi e di luoghi comuni». Attenzione la frase citata non è del professore in questione ma della sociologa Alessandra Dino dell’Università di Palermo. Dal Lago viviseziona il linguaggio e lo stile letterario di Gomorra definendo il testo un ibrido in cui non è possibile dividere la realtà dalla fantasia e il libro dallo scrittore. La vita e l’opera sono talmente ben amalgamati che ogni tentativo di dimostrare l’esistenza di grossolani errori viene rintuzzato con il bollino dell’invidia. Fossi stato Dal Lago avrei usato come termine di paragone la flessibilità del verosimile manzoniano piuttosto che canoni estetici di difficile comprensione. Ma non basta. Si diverte anche a svilire l’emozionale mediale. A che pro? Il sociologo dei processi culturali ben sa che la scrittura immaginifica attualizza la forma dei contenuti utilizzando un linguaggio ripetitivo, si, ma accessibile ad un pubblico non più abituato al singolo periodare ma al fluire delle immagini. Anche ciò che vediamo spesso non è reale ma è sicuramente più impressionate. Non a caso il cinema nasce “impressionando” la pellicola. La vera imputata e la società delle comunicazioni di massa.

A questo punto posso introdurre il terzo aspetto: il belusconismo. Nell’ultima parte del libro Saviano scompare e l’autore si concentra sul NIE (New Italian Epic) e sul collettivo Wu-Ming ritenuto colpevole di aver ceduto alle lusinghe del mercato editoriale, dopo aver intrapreso una battaglia comunicativa a sostegno dei movimenti No Global. Anzi la disamina del genere letterario diviene l’occasione per sottolineare la debolezza culturale della sinistra. Un pensiero che diviene esplicito quando presenta gli eroi del giallo democratico italiano come gli ultimi epigoni di una «sinistra diffusa, moderata o antagonista che sia, in un duplice senso: perché le danno voce e al tempo stesso la proiettano nell’immaginario. Sconfitta nel mondo reale sino alla virtuale sparizione, la sinistra si prende una rivincita in quello della verità storica e morale». Insomma, Dal Lago punta il dito contro Gomorra per tranciare un certo modo di essere della sinistra che invece di criticare la realtà e mobilitare l’opinione pubblica contro la mercificazione imperante si lascia cullare dalla epica consolatoria della normalità. È questo il nocciolo della questione che andrebbe discusso: la sinistra ha ceduto il passo al berlusconismo scambiando i valori con gli interessi? Una specie di post-craxismo?

Infatti scrive: «Il ceto politico di opposizione ha rinunciato a qualsiasi “ideologia”, ovvero a una visione della società diversa da quella dell’eterna destra italiana. L’agone politico si è trasferito dalle piazze e dal parlamento nell’agorà televisiva. Tutti guardiamo le stesse televisioni e, come mostra Gomorra, leggiamo gli stessi libri».
Ecco giunti alla metà. A Dal Lago interessa Saviano solo come simbolo di una sinistra (divenuta anch’essa ceto politico) che non riesce ad essere alternativa al berlusconismo. È talmente preso dal criticare l’insufficienza dell’opposizione che dimentica di rimarcare il consociativismo editoriale del fenomeno Gomorra: l’opera è stata pubblicata da Mondadori, ma l’autore scrive per La Repubblica e L’Espresso. I due gruppi editoriali avversi politicamente (l’amore contro l’odio – ancora una semplificazione manichea –) almeno su una cosa sembrano d’accordo.

Tirando le conclusioni: l’opera di Dal Lago, senza l’ossessione di Saviano, sarebbe stata una lettura critica dell’Italia belusconiana di fronte alla quale il «il ceto politico di opposizione» non riesce a trovare una valida alternativa e tenta di affidarsi a nuovi eroi che loro malgrado ricadono nelle melassa mediatica. Il problema allora non è Gomorra ma il contesto: la società dei media, il conformismo cattolico e la mitologia di un’antimafia di eroi.
A me non interessa sapere chi sia la vittima e chi il carnefice sono e rimango agnostico e diffido delle ideologie. Rimango estraneo alle logiche dei pro e dei contro scatenate all’indomani della pubblicazione di Eroi di carta. Condivido l’analisi sociologica ma non quella letteraria e mi lascia perplesso la strana “ingenuità” dello studioso. Allo stesso tempo considero Gomorra un’opera civile – proprio per la congiunzione tra scrittore e scrittura – che ha contribuito ad innalzare l’attenzione su un fenomeno mafioso considerato minore. Non dimentico, però, che si tratta di divulgazione diversa per stile, contenuti e fonti dalla ricerca scientifica (la quale non potrebbe sopravvivere senza divulgazione). Ribadisco sono distante da ogni schieramento favorevole e contrario. Posso solo valutare ciò ch’è accaduto. Cosa è accaduto? 1) il libro di Saviano tra episodi romanzeschi e fatti reali è diventata un’opera nazional-popolare (ricordate Gramsci?); 2) l’emozione suscitata dalle minacce ha creato il cortocircuito tra docu-fiction e realtà, mobilitando migliaia di cittadini, a nord come a sud, a difesa di una “bandiera” che reclama una propria identità antimafiosa; 3) i media hanno creato intorno allo scrittore un alone di mito paragonabile a quello delle rockstar; 4) la politica (soprattutto la sinistra) ha cercato di sfruttare il fenomeno Gomorra per colmare un vuoto di credibilità; 5) i grandi gruppi editoriali e le case editrici di nicchia hanno aperto la caccia al nuovo Saviano nella speranza di utilizzare la scia del suo successo. L’insieme e l’intreccio di queste cinque variabili ha prodotto uno sciame mediatico. Il tema della mafie è stato fagocitato dalla comunicazione di massa: negli ultimi 4 anni abbiamo assistito alla nascita di opere teatrali, film, fiction, trasmissioni televisive e radiofoniche, romanzi, saggi, siti web e social network che hanno tentato di cogliere una tendenza della società italiana. Purtroppo la corsa ad entrare nel circuito mediatico, pur risvegliando le coscienze, ha dato il via libera alla produzione di lavori inutili e, in qualche caso, dannosi che riflettono immagini stereotipate rischiando di esaltare la mentalità criminale. Opere fragili, compilative, prive di osservazioni scientifiche, cariche di retorica, con un tono splatter un po’ volgare che insegue i gusti delle nuove generazioni, e soprattutto senza contenuti pedagogici. Intanto la criminalità organizzata continua a penetrare nell’economia e nelle istituzioni condizionando la vita di intere comunità. Abbiamo ancora tanto lavoro da fare, tutti insieme contro le mafie.