Con una ricetta che ha dignità ed autorevolezza degne di una rubrica di consigli per cuori infranti, Gelmini, ministro della Repubblica – qualche giorno prima dell’inizio dell’esame di Stato – ha benevolmente constatato, seduta comodamente in quell’estensione del Parlamento che è ormai il salotto di Vespa: “Certo, con un cinque non si boccia nessuno. Le norme vanno applicate con il buon senso”. Ha “rivisitato” così in tempo reale la normativa muscolare, ereditata entusiasticamente dal predecessore Fioroni, che prevedeva che da quest’anno il 5 in una materia impedisse tassativamente l’ammissione all’Esame di Stato, la maturità.

Uno dei tanti segnali del “rigore”, della “serietà” (come il grembiulino, il 5 in condotta-antibullismo, l’insegnamento fantasma di Cittadinanza e Costituzione, la caccia al fannullone, la stigmatizzazione dei docenti che fanno politica) che la ragazza di Leno (Bs) – dalle prestazioni culturali talmente superbe e dalla preparazione talmente solida da doversi trasferire in Calabria per passare l’esame da avvocato – ha energicamente e a buon diritto inflitto al nostro sistema scolastico: ghe pensi mì, obbediente e zelante discepola. Ma la luna ha consigliato prudenza. L’assurdità del provvedimento avrebbe condotto ad un’ecatombe generale e a una levata di scudi nazionale. Ed ecco il “buonsenso”, noto parametro per interpretare le norme.

L’esame di maturità è agli sgoccioli. Secondo le prime stime, dal 2005 ad oggi le bocciature nella classe conclusiva delle superiori sono triplicate. Il comunicato del ministero parla di 23mila non ammessi all’Esame, contro i 17mila dello scorso anno. A cui vanno sommati i bocciati, il 2%. 8mila e 400 non ammessi per il voto in condotta contro i 5000 del 2009. Calo del massimo della votazione (100centesimi), norme più severe per assegnare la lode, resa pressoché impossibile. Crescita dei voti dal 61 all’80, i più bassi. Sono dati che, sommati alle cifre del fallimento negli anni intermedi, più che del successo della cura – come vogliono farci credere – parlano di “insuccesso formativo” e potenziale aumento di dispersione, ritardo e dissipazione scolastici, fenomeni dagli enormi costi sociali. Quei numeri sono l’allarme di un sistema incapace di sostenere il cambiamento, la diversità, la complessità del reale. Di un sistema che a quella dinamicità oppone ostinatamente il proprio immobilismo.

Nella scuola l’unica cosa che è cambiata sono gli 8mld di euro che le sono stati sottratti e le conseguenze in termini di impoverimento generale. Gli insegnanti sono sempre più “vecchi”, considerando che i tagli vanno a ricadere sui precari, la cui età media è comunque 38 anni. Il cosa e il come lo si insegna rimangono immutati, nonostante il cambiare del mondo e la mancanza di forza di impatto. Qualunque mutamento è affidato al volontariato e alla capacità individuale di interrogarsi. Ci vorrebbe investimento culturale, economico; ci vorrebbero riflessione, studio, impegno, incentivo. La strada intrapresa va esattamente nella direzione opposta: falcidia di docenti, di ore di lezione, di materie e di contenuti delle materie (ancora in bozza la grottesca revisione che è stata fatta dei “programmi”, che dovrebbero comunque essere applicati dal prossimo anno). L’illusione che il rigore di facciata, che il randello punitivo possano cambiare la scuola, migliorandola, è tipica di un manipolo di persone che con la scuola e con il mandato che la Costituzione le ha affidato non hanno davvero nulla a che fare.