A Torino, di fronte a Porta Susa, c’è un parallelepipedo di 72 metri e 17 piani, con dentro 409 persone che ci lavorano.

E’ il palazzo Rai di via Cernaia, che ospita il centro elettronico, l’ufficio abbonamenti, la contabilità, la struttura acquisti e altri uffici riguardanti la tecnologia e la radio.

E’ da almeno trent’anni che da queste parti si sente dire che deve chiudere, che deve essere trasferito e negli ultimi tempi sembra proprio che queste voci siano vicine a realizzarsi: nel nuovo piano industriale 2010 – 2012, infatti, tra le attività previste per il taglio dei costi è previsto un outsourcing che colpirebbe pesantemente proprio lo storico palazzo Rai torinese.

Ora, siccome per motivi geografici e familiari sento parlare di questa storia da molto tempo (una cosa tipo l’ultimo scudetto del Toro, davvero tanto tempo), ho provato a fare una rapida ricerca su google.

Ho scritto “chiusura palazzo Rai via Cernaia” e sono venute fuori un bel po’ di informazioni sull’amianto, che sarebbe presente in copiosa quantità nel grattacielo Rai, e sulle ipotesi di bonifica, chiusura, ristrutturazione.

Ma naturalmente non era quello a cui pensavo.

Pensavo, invece, alle voci che chi lavora dentro il palazzo Rai venga trasferito, che buona parte dei servizi che contiene vengano esternalizzati o delocalizzati, che un sacco di precari rischiano di perdere il lavoro a vantaggio, si fa per dire, di lavoratori ancora più precari, e amenità di questo tipo.

Pensavo, superata la sfilza di considerazioni sull’amianto, di trovare un bel po’ di informazioni e invece.

Invece poca roba, o meglio, di informazioni se ne trovano, ma a leggere in maniera un po’ superficiale sembra che in fondo si tratti delle rivendicazioni di dipendenti semi statali che hanno paura di perdere il posto di lavoro o qualche privilegio. Per di più parliamo di una sede Rai periferica, nella provincia nordoccidentale dell’impero-azienda, lontana da Roma e troppo vicina a Milano. Quasi un interesse di nicchia. Vabbè.

Sbagliato.

Sbagliato perché le sorti dei lavoratori di un’azienda pubblica, dovrebbero riguardare tutti, soprattutto se quest’azienda pubblica è la TV di stato nell’era Berlusconi. Sbagliato se pensiamo che è su questa categoria di lavoratori che andrebbe ad abbattersi la scure auspicata dall’emendamento Calderoli (legittimo?), che vorrebbe tagliare del 20% i costi del personale Rai e di quelli relativi alle collaborazioni (tutti i contratti a termine e i contratti a progetto, per intenderci).

Sbagliato pensare che un taglio dei costi così strutturato vada a colpire fasce privilegiate: credete che il cosiddetto starsystem televisivo possa risentire di questi tagli?

Sbagliato.

La prenderanno nel frac, per esprimermi in vernacolo subalpino pedemontano, i truccatori le comparse i tecnici del suono (si dice così?) i musicisti gli informatici i contabili i cameraman i grafici i tecnici luce (si dice così?) e tutta quella gente che fa un lavoro normale, spesso precario, spesso a termine o a progetto o comunque esposto al rischio di trasferimenti repentini. Tutta gente per cui vedere pubblicato il proprio compenso in coda alle trasmissioni televisive sarebbe l’ultimo dei problemi.

Molta di questa gente lavora a Torino, in via Cernaia (e in corso Giambone e via Verdi – dove fanno la Melevisione!).

Molta di questa gente sta dando una lezione ai vertici dell’azienda e ai politici e quei cittadini che forse un po’ troppo in fretta, da destra e da sinistra, con motivazioni e pretesti spesso antitetici, invitano a non pagare il canone pensando che questo possa risolvere tutto.

Mi fermo, qui, per ora, segnalando che è nato un bel movimento dal basso: si chiama ‘La Rai siamo NOI’ e ha un suo sito web e un gruppo facebook che conta già oltre 1.200 iscritti e delle belle magliette arancioni.

Alla Fiera del libro di Torino e al concerto del 2 giugno dell’Orchestra Sinfonica torinese hanno raccolto già 5.000 firme, a sottoscrivere un comunicato che parla della necessità di evitare il suicidio (omicidio) dell’azienda Rai, un’azienda di cui ciascuno, pagando il canone e le tasse, chi li paga, è editore e padrone.