La procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio per il collega procuratore capo di Viterbo per non aver dato seguito alle segnalazioni del garante regionale dei detenuti Stefano Anastasia su presunte violenze avvenute nel carcere cittadino. Vedremo cosa accadrà il prossimo 29 giugno all’udienza preliminare.

Un segnale importante, per combattere qualsiasi tentativo istituzionale di avallare l’impunità di chiunque abbia un ruolo ufficiale e si macchi di violenza contro le persone che è incaricato di custodire.

I fatti sono questi: nel marzo del 2018, una delegazione dell’ufficio del garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio si reca in visita al carcere Mammagialla di Viterbo. Tra loro c’è l’avvocata Simona Filippi. Effettuano colloqui con varie persone detenute e constatano come alcune di esse riportino sul proprio corpo dei segni di violenza. I racconti sono tutti simili tra loro: pestaggi nei locali delle docce o in quelli degli agenti, luoghi sottratti alla registrazione delle videocamere interne.

Ricordo ancora l’angoscia nello sguardo di Simona Filippi mentre mi racconta di un ragazzino che aveva incontrato durante la visita. Lo stavano portando in infermeria. Lei incrocia il suo sguardo e lui le fa capire di volerle parlare. Lei chiede agli agenti di condurlo per pochi minuti nella stanzetta dei colloqui. Loro fanno resistenza: bisogna andare in infermeria. Lei insiste: si tratta solo di pochi minuti. Il ragazzo entra nella stanzetta, chiudono la porta. È esile, con un viso da bambino. Ha 21 anni. Sa di avere solo pochi minuti e va subito al sodo. Si solleva la maglietta e mostra il corpo lacerato. Il suo nome è Hassan Sharaf. Racconta di essere stato brutalmente picchiato il giorno precedente. Racconta di sentire come un fischio costante, probabilmente ha un timpano rotto. Chiede aiuto, dice di aver paura di morire, che spesso i detenuti stranieri vengono picchiati. Poi finisce il tempo, deve tornare dagli agenti. Quella sarà la prima e l’ultima volta che Simona lo vedrà vivo.

Nelle settimane successive Stefano Anastasia invia un esposto dettagliato al procuratore. Descrive circostanziatamente tutto quanto è stato raccontato dalle varie persone detenute con le quali hanno avuto modo di parlare. Descrive l’incontro con Hassan. Descrive i colloqui con gli altri detenuti. Ma il procuratore lo ignorerà.

Passano di nuovo poche settimane. Ricordo la telefonata di Simona Filippi all’ufficio di Antigone nella quale ci informa che il ragazzo si è impiccato ed è morto. Era troppo terrorizzato per restare in quel carcere e aveva trovato da solo l’unico modo per andarsene. Non ci sarà riunione successiva nella quale non ci parli dei suoi sensi di colpa per non essere stata capace di salvarlo. Nonostante ciò, ad agosto il procuratore cestina la denuncia del garante. Incredibilmente, la cataloga tra gli eventi che non costituiscono notizia di reato. In seguito il procedimento verrà avocato dalla procura generale di Roma.

La decisione della procura di Perugia lancia oggi un segnale importante a difesa dei più deboli. Hassan Sharaf era arrivato in Italia a 14 anni su un barcone. Si trovava in carcere per qualche grammo di hashish. Solo dopo la sua morte il garante regionale ha scoperto che il ragazzo avrebbe dovuto trovarsi in un carcere minorile, visto che stava scontando quattro mesi per un reato commesso da minorenne. Vite ai margini, come tante di quelle che riempiono le nostre galere. Vite che faticano a tutelarsi da sole e nei confronti delle quali la piccola quota disonesta e violenta degli operatori penitenziari ha potuto troppo spesso in passato contare su coperture e omertà.

Oggi si parla di intervenire sulla legge che rende la tortura un crimine. A Santa Maria Capua Vetere è in corso il più grande processo per tortura d’Europa. Ricorderete le immagini video del feroce pestaggio ai danni di un intero reparto avvenuto durante il lockdown. Sono oltre cento gli imputati.

Cambiare adesso la legge sulla tortura, con le capziose motivazioni ufficiali proposte dal governo, significa mettere in questione anche quel processo. E uccidere di nuovo i troppi Hassan Sharaf della nostra storia.

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