Dall’America Latina è arrivato nel mese di aprile un comunicato importante promosso da vari movimenti sociali, università e centri di ricerca, che hanno voluto pronunciarsi in modo forte e chiaro sull’importanza di implementare una cooperazione internazionale non coloniale.

Attraverso il documento (che vede la firma tra le altre di Karina Batthyany, direttrice esecutiva del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali – Clacso) si sottolinea l’importanza di riconoscere le eredità coloniali nelle relazioni Nord-Sud, caratterizzate dallo sfruttamento, dalla subordinazione politica, dal razzismo strutturale e dal disprezzo per la conoscenza nativa. Un contesto nel quale la gestione della Cooperazione Internazionale ha perpetuato questi rapporti di potere influenzati dalla colonialità, che si riflettono nel controllo delle risorse e nell’imposizione di programmi e di agende esterne ai contesti di implementazione.

D’altro canto però, si specifica nel comunicato, tutto quanto detto non sminuisce e non vanifica gli sforzi (ritenuti molto positivi) che alcune Ong del cosiddetto “Nord Globale” del mondo stanno realizzando per affrontare questi problemi strutturali e proporre soluzioni sostenibili. Per tracciare un itinerario possibile si segnalano almeno 6 punti sui quali lavorare per decolonizzare la cooperazione internazionale e trasformarla in uno spazio di riparazione e di dialogo interculturale orizzontale e paritario.

In primo luogo si specifica la necessità di definire le agende e le priorità di intervento in base alla conoscenza locale dei contesti e in base ai desideri di cambiamento sistemico degli attori coinvolti. In secondo luogo si sottolinea l’importanza di una equa ridistribuzione delle risorse e maggiore partecipazione delle organizzazioni del cosiddetto “Sud Globale” del mondo alla loro gestione. Al punto tre troviamo il ripensamento e cambiamento dei modelli di gestione della Cooperazione Internazionale per eliminare le barriere di accesso e il perpetuarsi delle dinamiche di dipendenza. Finalmente il punto 4, 5 e 6 fanno riferimento all’impegno reale e sincero nella costruzione di processi a lungo termine, processi che siano efficaci per l’accesso ai diritti umani e che provochino cambiamenti strutturali; alla priorità della protezione e della centralità della vita nei nuovi scenari di cambiamento che generano situazioni potenzialmente pericolose (soprattutto per i leader locali), e al riconoscimento e valorizzazione delle conoscenze native per raggiungere uno sviluppo veramente inclusivo e sostenibile.

L’iniziativa non è isolata e si radica dentro un movimento che da anni, non solo in America Latina, spinge verso il ripensamento di un paradigma della cooperazione internazionale ancora troppo vincolato alle dinamiche di cooperazione del secolo passato. In questa linea è già operativa per esempio da più di anno The Sherwood Way. Una piattaforma di riflessione, apprendimento e collaborazione per le Ong internazionali che mette al centro il dibattito sulla decolonizzazione. Una missione non facile, quella portata avanti da questo gruppo di professionisti e professioniste che hanno intrecciato gli attori e i progetti della cooperazione internazionale da diversi spazi e prospettive.

Un team eterogeneo composto da Damaris Ruiz e Cecilia Millán (due femministe latinoamericane di generazioni diverse che hanno dedicato la loro carriera all’introduzione dei principi femministi nelle Ong), Sergio Calundungo (attivista, accademico e specialista angolano del settore della cooperazione), Patricia Paéz (coordinatrice del blog de El País “3500 Millones”, uno più letti dentro il settore nel mondo ispanoparlante), Pablo Tosco (riconosciuto fotogiornalista con una enorme esperienza di lavoro con Ong), Pablo Andrés Rivero (politologo boliviano esperto in campagne di comunicazione), Claudia Caselli (l’unica italiana del gruppo e responsabile della parte di ricerca dentro la piattaforma) e Asier Hernando Malax-Echevarria, fondatore e direttore di The Sherwood Way dopo aver guidato per anni i processi di trasformazione istituzionale di Oxfam per l’America Latina. Una missione – dicevo – che, come possiamo leggere dal sito web, mira a “contribuire alla trasformazione del settore della cooperazione internazionale per adattarsi alle enormi sfide del contesto attuale”.

In generale il dibattito vuole arrivare a scuotere le fondamenta di un certo modo di pensare e fare cooperazione, dove è ancora molto visibile una verticalità del processo di decision making. Non si tratta però di un problema solamente sistemico e che riguarda le grandi organizzazioni o gli organismi multilaterali. La riflessione infatti deve partire anche, e in modo profondo, da chi vuole dedicarsi professionalmente a questo settore. Il “volunturismo” o la sindrome del “salvatore bianco” sono alcune delle prassi più conosciute di un certo sfruttamento della condizione di precarietà altrui per dare libero sfogo al nostro ego, prassi raccontate per esempio in modo magistrale dalla campagna di sensibilizzazione Radi Aid – Africa for Norway.

A questi progetti di sensibilizzazione si aggiunge anche il progetto di un’altra italiana, Carla Vitantonio, che con il suo podcast “Living Decoloniality” ci aiuta ad addentrarci in questa riflessione tanto complessa quanto urgente e necessaria. Se non sapete da dove partire per ascoltare questo podcast, l’episodio del 25 aprile, con ospite Maria Tissera, è un buon inizio.

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