I nuovi limiti di emissione elettromagnetica per le reti di telefonia cellulare, in Italia, sono entrati in vigore. Non è una novità. Se ne sta parlando da tempo e i lavori legislativi sono stati formalizzati lo scorso gennaio con il decreto legge Concorrenza, voluto dal ministero delle Imprese e del Made in Italy: a partire da lunedì 29 aprile il limite è stato portato a 15 V/m (volt su metro, precedentemente era di 6 V/m). L’obiettivo del ministero – si legge in una nota pubblicata lo scorso 22 aprile – è “favorire lo sviluppo della 5G economy italiana con reti altamente performanti in grado di rafforzare la competitività del sistema Paese”. L’adozione del 5G, dunque, “comporterà che gli operatori di telefonia mobile infrastrutturati possano modificare la propria rete”.

Le proteste – Un limite, quello dei 15 V/m che ha generato non poche polemiche. A partire dalle associazioni ambientaliste italiane che da mesi lo ritengono “una scelta pericolosa e insensata. “Non esiste nessun motivo per innalzare il valore di attenzione per i campi elettromagnetici generati dalle alte frequenze se non quello economico da parte dei gestori delle telecomunicazioni che intendono, dopo aver acquistato le licenze per il 5G, risparmiare sui costi delle infrastrutture”, aveva dichiarato a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani, presidente nazionale dell’associazione Legambiente. “Una soglia assunta senza alcun fondamento scientifico ma solo per agevolare imprenditori poco lungimiranti che rifiutano di investire e adeguare gli impianti. In definitiva questa è la ricetta della premier Meloni: più inquinamento ovunque, in barba al futuro”, ha detto la capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra alla Camera Luana Zanella.

E sul fronte politico, prime azioni sono state intraprese dai piccoli comuni. A Lavagna, in provincia di Genova, il sindaco Gian Alberto Mangiante ha emesso un’ordinanza con la quale vieta su tutto il territorio comunale “qualsivoglia aumento dei limiti dei campi elettromagnetici ad oggi vigenti pari a 6 V/m e che nessuna ragione tecnica, tecnologica o economica potrà giustificare un aumento di tale limite con rischio alla salute per la popolazione”. Oppure a Milano, dove il consigliere comunale del gruppo misto Enrico Fedrighini ha depositato una mozione urgente per chiedere al sindaco Beppe Sala di vietare l’innalzamento dei limiti in tutto il territorio urbano.

Le criticità – Cosa cambia con i nuovi limiti? “A cambiare sarà la densità di potenza, cioè l’energia assorbita dal nostro corpo che aumenterà di 6 volte tanto” spiega a ilFatto.it Fiorella Belpoggi, a lungo direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini di Bologna, centro per la ricerca indipendente e la prevenzione del cancro e delle malattie di origine ambientale. Oggi Belpoggi è membro del Comitato scientifico dell’Associazione Medici per l’Ambiente (Isde) che da anni si batte sull’argomento. La normativa nazionale, in materia, era stata definita nel 2003 e da allora non ha subito sostanziali mutamenti nonostante la richiesta, a gran voce, degli operatori mobili che ne hanno richiesto la sua revisione. Ma un cambiamento c’è stato, nel 2013, sotto il governo Monti: la misurazione non va più fatta ad intervalli di 6 minuti – nelle ore di maggior traffico – ma bensì in una media di 24 ore. “Oggi l’Italia ha voluto allinearsi agli altri Paesi europei innalzando il suo limite – obietta la patologa – Allora perché non si è allineata anche nei tempi di misurazione?“.

Una misurazione più ampia – Stando alla International Commission on Non-lonizing Radiation Protection (Icnirp), il limite sicuro per i Paesi europei è di 61 Volt al metro. L’Italia, dunque, anche con l’entrata del nuovo provvedimento è ampiamente al di sotto, ma mentre negli altri Stati questi valori sono misurati sui picchi massimi, nella penisola vengono misurati su tutta la giornata. Dunque a fare la media concorrono anche le ore notturne, dove il traffico di telecomunicazioni ad alta frequenza praticamente si azzera, e quindi questo comporta che i picchi durante la giornata in Italia arrivano ad essere molto alti. “Con questo nuovo provvedimento, la salute non è stata per niente presa in considerazione. Avevamo questo limite cautelativo (6 V/m) e ora, aumentando la dose, si espone il nostro corpo ad una frequenza più elevata“, continua Belpoggi. E sul numero indicato dall’Icnirp, “non è un limite di sicurezza per gli effetti biologici (come il cancro). Basta pensare all’utilizzo delle radiofrequenze a scopo terapeutico con cui i tessuti possono rispondere in maniera positiva. Come si può negare che esistano degli effetti biologici? Il provvedimento del governo è un gran regalo alle compagnie telefoniche“.

La “nuova” frequenza – Poi il tema del 5G. “Sono delle frequenze miste, alcune sono nel range e le abbiamo già utilizzate, altre invece fanno parte di microonde e hanno frequenza più alta. Quest’ultime non sono mai state studiate a lungo termine. Ma di una cosa sono certa: se noi teniamo questo tipo di onde al livello di 6 V/m presumibilmente non ci sono rischi per la salute. E sull’avanguardia tecnologica nulla da obiettare: “Io non reputo che la tecnologia non debba andare avanti, non sono una negazionista del progresso, ma questo deve essere orientato al beneficio dell’umanità. Certo, il 5G implica un’innovazione molto utile ma occorrerebbe prima investire in ricerca (magari con delle simulazioni) per cercare di capire cosa possa portare questa frequenza”.

Al di là dell’antenna – Quello delle emissioni elettromagnetiche resta un argomento ancora poco conosciuto: “Siccome non si vedono e non vengono percepite dai nostri organi sensoriali, nessuno crede possano far male. Ma essere esposti 24 ore su 24 è un problema, soprattutto per i bambini, gli anziani e le donne in gravidanza“. E poi c’è ancora la percezione del rischio che, in molti, associano alla sola antenna: “Nessuno capisce che il problema non è la frequenza (il 5G) ma l’emissione. Nessuno è andato in piazza a dire ‘noi non vogliamo i 15 volt al metro’, giocando sul fatto che la gente ha più paura di un’antenna piuttosto che delle emissioni che riesce ad emettere”, continua Belpoggi. Di fronte al problema, la soluzione potrebbe essere quella di “sostituire la grande antenna con tante di dimensioni più piccole. Ma per mantenere i 6 volt al metro occorrerebbe una spesa di circa 4 miliardi di euro all’anno. Un costo troppo elevato per le compagnie di telefonia”. E sulle azioni portate avanti dai comuni, la Belpoggi rimane scettica: “Sì, si possono fare regolamenti, ordinanze, pianificazione delle antenne, ma una volta che una compagnia telefonica arriva sul tuo territorio e decide di costruire lì un’antenna, diventa difficile opporsi“.

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