Non un indulto mascherato ma un indulto a tutti gli effetti, che avrebbe l’effetto di dimezzare le pene emesse negli ultimi 16 anni. Il risultato? Circa ventitrèmila detenuti uscirebbero dal carcere nei prossimi 21 mesi: soprattutto persone condannate per reati di tipo mafioso, per reati contro la persona o contro la pubblica amministrazione. I magistrati antimafia fanno a pezzi la proposta di legge depositata dal renziano Roberto Giachetti. La norma – depositata dal parlamentare di Italia viva e firmata anche da Francesco Bonifazi, Maria Elena Boschi e Davide Faraone – è in discussione alla commissione Giustizia della Camera. Ed è proprio davanti all’organo parlamentare presieduto da Ciro Maschio di Fdi che sono stati auditi il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, e l’aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita.

Cosa prevede la legge – Composta da due articoli, la proposta di legge vuole rafforzare il beneficio della liberazione anticipata. Al momento, in caso di buona condotta, il detenuto ha diritto a un abbuono di 45 giorni ogni 180 di detenzione: in pratica un mese e mezzo di sconto ogni sei trascorsi in carcere. La proposta di Giachetti vuole portare il bonus a 60 giorni, due mesi ogni sei. E per i prossimi due anni, addirittura, i giorni di sconto sarebbero addirittura 75: vuol dire che un anno di condanna sarebbe pari ad appena sette mesi trascorsi effettivamente in carcere. I 75 giorni di sconto, tra l’altro, sarebbero concessi anche ai condannati che hanno usufruito della liberazione anticipata a decorrere dal primo gennaio 2016. Non è una data qualsiasi: l’ultima riforma che aveva concesso un bonus, infatti, riguardava un periodo di tempo compreso tra il 2010 e l’ultimo giorno del 2015. “Quindi per 16 anni avremmo una misura che incide per 75 giorni su 180, quasi la metà della pena“, ha detto Ardita, che fino al 2011 dirigeva l’Ufficio detenuti e Trattamento del Dipartimento amministrazione penitenziaria.

Ardita: “Condanne dimezzate, così è un indulto” – Il magistrato siciliano, esperto investigatore antimafia, ha sottolineato che “il modo con cui opera questa liberazione anticipata all’indietro è un modo piuttosto massivo. Verrebbe applicata la liberazione anticipata speciale per coloro che sono nel circuito speciale e hanno già fruito della liberazione anticipata fin dal 2016. Questo comporta che in sostanza chi è stato sei anni in carcere avrebbe un anno di sconto“. Ecco perché Ardita ha parlato di “effetto indulto. Questo provvedimento non è un indulto mascherato ma un indulto a tutti gli effetti. E si applica a coloro i quali hanno una permanenza più o meno lunga in carcere. Più è lunga la permanenza antecedente più rilevante è l’effetto dell’indulto”. Il procuratore aggiunto di Catania ha sottolineato come si tratti di “un effetto che dovrebbe essere temporaneo, ma non è temporaneo perché retroagisce fino al 2016, in continuità con la precedente liberazione anticipata speciale. Quindi per 16 anni avremmo una misura che incide per 75 giorni su 180, il 43% del totale e dunque quasi la metà della pena. I tribunali avrebbero lavorato, accertato fatti e prodotto sentenze il cui valore sarebbe solo del 57% della condanna comminata”.

“Fuori soprattutto mafiosi e stupratori” – Quale è la conseguenza di tutto ciò? Il magistrato, già componente del Csm, ha elaborato una stima, applicando la norma sulla popolazione in istituti penitenziari che sconta condanne definitive: “Se questa norma venisse approvata oggi, in un anno e nove mesi uscirebbero dal carcere 23mila detenuti, tenendo conto di coloro i quali hanno pene fino a tre anni. Oltre la metà uscirebbero subito, gli altri scaglionati: l’ultimo, quello che è entrato ieri, uscirebbe tra un anno e nove mesi”. Allarmante la prospettiva a livello di sicurezza pubblica: “Se guardiamo alle caratteristiche, cioè per il tipo di reato espiato, ci accorgiamo che il beneficio si applicherebbe alle fasce che sono state considerate più pericolose e che hanno indotto il legislatore a un’opera di elevazione del tetto di pena”, ha spiegato Ardita. “Quindi – ha continuato – uscirebbero in massima parte soggetti condannati per associazione di tipo mafioso, detenuti che hanno commesso reati contro la persona. Oggi abbiamo autori di reati come lo stalking, le violenze sessuali, le fasce deboli, che da un lato sono trattati come pericolosissimi criminali ma dall’altro sarebbero quelli che fruirebbero in modo più evidente degli sconti di pena. E poi ci sarebbero i detenuti per reati contro la Pubblica amministrazione”.

“Si regala la libertà a chi non la merita” – Il magistrato ha avvertito i parlamentari anche su un meccanismo che ha definito “pericoloso“: “Si tratta di un automatismo che fa venire un po’ i brividi: per i detenuti riuscire a non avere infrazioni disciplinari equivale a ottenere la libertà anticipata. Così si regala la libertà a chi non la merita, è una norma senza senso, che premia chi ha avuto la fortuna di non intercorrere nella sanzione disciplinare, disposta dal direttore del carcere come se fosse un notaio. Questa è una norma che avrà dei costi e butta a mare il lavoro dei Tribunali”. A questo proposito il pm ha ricordato che durante le rivolte nei penitenziari ai tempi della pandemia sono stati “pochissimi” i detenuti puniti con provvedimenti disciplinari, visto che in tantissimi non sono stati neanche identificati. “Queste norme che regalano la libertà a chi non ne ha merita sono norme pericolosissime. Le conseguenze anche in termini di costi economici sono enormi”, ha concluso Ardita.

Melillo: “No sconti a mafiosi e terroristi” – Poco prima era stato Melillo a criticare la proposta di legge di Giachetti. A cominciare dal fatto che nella norma non sono previste meccanismi che escludono dallo sconto di pena i reati più gravi. “L’aumento dell’entità ordinaria del beneficio da 45 a 60 giorni non ha alcuna ragione di riguardare i detenuti per delitti di criminalità organizzata e terrorismo. Nel circuito di Alta sicurezza non c’è alcun problema di sovraffollamento. Quando il Parlamento si pronunciò nel 2013 escluse i delitti di criminalità organizzata e terrorismo. Un’esclusione coerente con i principi costituzionali”, ha detto il capo della Procura nazionale antimafia. Che poi ha proseguito sottolineando un altro aspetto controverso della legge: “Se l’obiettivo è diminuire il sovraffollamento che senso ha aumentare la durata della diminuzione di pena per chi la sconta ai domiciliari o in maniera alternativa al carcere?”. Altro passaggio critico quello che assegna al direttore del carcere la concessione dello sconto di pena e non più al giudice di Sorveglianza. “Mi pare un grave passo indietro, si torna all’idea di amministrativizzazione della fase di riduzione della pena. Sembra di ricordare tempi che pensavamo di aver messo alle spalle, nei quali la magistratura non aveva alcun ruolo o comunque marginale nei processi di esecuzione della pena”. Secondo Melillo bisognerebbe “riservare la fase finale dell’esecuzione della pena la decisione definitiva sulla meritevolezza dell’ammissione al beneficio, una fase nella quale il giudice potrebbe effettivamente esporre di un quadro completo del percorso comportamentale del detenuto”.

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