Magari il nostro fosse un mondo al contrario secondo l’intendimento – peraltro scorretto, prima ancora che eticamente iniquo – del generale Vannacci. Se così fosse, basterebbe appunto invertire l’ordine dei fattori per ottenere risultati diversi, di cui magari qualcuno giusto.

Il guaio è che, invece, siamo piombati in un mondo irrazionale e spettacolare. Irrazionale nella misura in cui sono venuti meno i criteri più elementari del pensare logico e sensato; spettacolare nel senso che a determinare il valore di qualunque pensiero o azione è soltanto il criterio meramente quantitativo della capacità di fare audience o notizia, intercettando like, follower e in generale consensi di varia natura. In questo modo è perfino banale prendere atto del fatto che ci troviamo nel bel mezzo della proprietà commutativa: anche invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia, ossia è sempre e comunque sbagliato.

L’esempio più recente di questa infelice condizione è dato dalla decisione dell’Università di Trento di declinare al femminile – nei documenti ufficiali – anche le cariche ricoperte da uomini. Il Rettore di quell’Ateneo ha parlato di un valore esemplare contenuto in tale decisione, perché quegli uomini che si sentiranno a disagio nel vedere declinata la propria carica al femminile, vivranno sulla propria pelle il trauma in genere provato dalle donne nella situazione opposta, mantenendo in tal modo viva l’attualità della lotta in favore della parità di genere.

Peccato che questa decisione sia discutibile per molti versi, generando uno scalpore e sconforto ancora più marcati in quanto proveniente dall’istituzione culturale per eccellenza.

Sì, perché anzitutto è dubbio che per la maggioranza delle donne sia affettivamente un trauma vedere la propria carica declinata al maschile (magari lo è di più non raggiungerli, certi ruoli apicali, o raggiungerli a determinati prezzi). In secondo luogo ritengo piuttosto discutibile (per non dire sterile, o addirittura ipocrita) pensare di vincere delle lotte culturali e sociali sul piano del linguaggio, cioè della forma. In terzo luogo, quello decisamente più importante, è sconfortante assistere a un mondo in cui si pensa di combattere un’ingiustizia con le stesse modalità dell’ingiustizia stessa: cioè, in questo caso, discriminare gli uomini pensando di compiere un gesto esemplare; invertire i fattori dei discriminati, lasciando intatta l’ingiustizia.

Si tratta, purtroppo, della logica binaria imperante in quest’epoca dominata dai social network e in generale da “luoghi” in cui si procede attraverso il mi piace o non mi piace, il bianco o nero, cioè attraverso la pretesa di individuare tutto il bene o tutto il male in maniera netta e attribuendoli a una sola parte, finendo per schierarsi in maniera fideistica e integralista come farebbe un tifoso o un fanatico religioso, non certo un essere critico e pensante quale dovrebbe essere l’uomo.

In questo senso ci si schiera per la Russia o per l’Ucraina, per Israele o per Hamas, con la certezza di individuare in maniera chiara e netta gli aggressori, i colonizzatori o i terroristi,
bollando chi la pensa diversamente con gli epiteti peggiori (antisemita, antioccidentale, genocida, assassino etc.). Ma soprattutto si dimentica una delle regole auree di ogni lotta (bellica o sociale che essa sia): cioè che all’interno di ogni schieramento (militare o sociale) vi è chi domina su un piano economico, potendo prendere decisioni che incidono sulla pelle di coloro che sono dominati.

Il senso del motto marxiano (“Proletari di tutto il mondo, unitevi!”), voleva dire proprio questo: i nemici non sono gli inglesi o i tedeschi, gli americani o i russi, ma le classi dominanti che in ogni paese sfruttano le classi lavoratrici e le mandano a morire in prima linea in caso di conflitto armato. Sfido chiunque a negare che tali classi dominanti vi sono negli Usa come in Russia o in Ucraina, in Israele come dentro Hamas. All’interno del genere maschile come all’interno di quello femminile, è il caso di aggiungere.

Un concetto talmente semplice da richiedere un buon senso minimo, ma che sembra clamorosamente sfuggire a questa epoca in cui si innalzano sciocche bandierine di facciata, nello stesso momento in cui si dimentica volentieri che determinati ruoli apicali vengono raggiunti non sulla base del merito, della preparazione, dell’impegno e dell’onestà di una persona (che sia maschio, femmina, bianco, nero, cattolico o di altro credo, poco importa), bensì sulla base di raccomandazioni, cooptazioni, parentele e logiche mafiose di varia natura.

Concentrarsi sulla declinazione maschile o femminile di un ruolo di vertice, invece che sulle modalità con cui una persona è arrivata a ricoprire quel medesimo ruolo, sarebbe come valutare il valore di una persona sulla base dei suoi follower invece che delle sue conoscenze e competenze. Come se la Bocconi invitasse una nota influencer (Giulia De Lellis) – i cui meriti sono di aver partecipato al “Grande fratello” e lì essersi vantata di non aver mai letto un libro (“è cosa inutile”), nonché aver dichiarato che la capitale dell’Egitto è l’Africa – a tenere una lezione come docente.

Ah già, ma è quello che accade realmente, in questo mondo all’incontrario in cui perfino l’Università rinuncia al suo ruolo di comprensione e formazione critica rispetto alle questioni reali, per correre dietro alle mode demenziali di una società irrazionale e spettacolarizzata.

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