La Siria è diventata la vittima collaterale di guerre collaterali. Sembra un gioco di parole ma rende bene l’idea di una nazione smembrata, preda di poteri e interessi esterni, che paga quotidianamente il prezzo di altri conflitti nell’area. Ieri il bombardamento dell’ambasciata iraniana a Damasco; qualche mese fa quello israeliano ad Aleppo. Senza contare i morti ammazzati nel nord del paese, uccisi dai bombardamenti russi che continuano imperterriti: cercano disperatamente di eliminare i terroristi. Peccato che il terrorismo sia ormai diventato il più grande capro espiatorio dei tempi moderni. Nel nome della lotta al terrorismo, in Siria, Iraq e ovunque abbiate sentito questo vocabolo, si sono compiute le peggio cose. Gli uomini vestiti in nero, con coltelli e fucili, sono stati cacciati dai più pacifici bombardamenti a tappeto che hanno massacrato decine di migliaia di civili.

La Siria è l’esempio più cristallino di quanto detto: una protesta cominciata 13 anni fa, in cui cittadini chiedevano più libertà e la fine della dittatura, si è trasformata in una ecatombe. Il via libera a questo scempio di vite è stato dato anche e soprattutto dall’inerzia delle piazze occidentali. Le stesse che oggi manifestano per la libertà dei palestinesi e ieri sostenevano al dittatura in Siria, in nome della lotta all’Isis.

Perché, diciamolo a gran voce, qui c’è qualcosa di ipocrita. C’è una ideologizzazione anche della pace che può essere richiesta solo per quei popoli o cause che sentiamo vicini. Ma vicini a cosa? Al nostro partito di riferimento? Allora siamo diventati degli automi incapaci di provare empatia verso quelle vittime che non richiedono altro se non di essere riconosciute in quanto tali. Viva la libertà, ma non di tutti. Non dei siriani.

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