La dieta mediterranea? Tutti ne parlano, ma nel nostro paese si pratica sempre di meno. I poveri che mangiano meglio? Una falsità, in realtà comprano cibo più deperibile, aumentando lo spreco, e junk food che danneggia la salute. Alla vigilia della giornata mondiale sull’obesità, il prossimo 4 marzo, esce il primo romanzo di Andrea Segré, fondatore di Last Minute Market e della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, oltre che Direttore scientifico della campagna pubblica Spreco Zero e dell’Osservatorio Waste Watcher International sul cibo e le abitudini alimentari. Il protagonista è un giovane dottorando, che finisce per incappare in un oscuro complotto, dove ricercatori al servizio delle multinazionali del junk food cercano una nuova molecola per modificare il metabolismo umano e rendere l’umanità dipendente dal cibo spazzatura. Un romanzo che sembra sconfinare nella cronaca, vista, appunto, l’epidemia di obesità globale.

Professore, perché ha scelto, per parlare dei suoi temi, la forma del romanzo, in particolare di un thriller?

Il mio libro, un “food thriller”, è una fiction molto reale: ciò che racconto, pur essendo inventato, potrebbe realmente succedere. Invece del classico investigatore, però, il protagonista è un giovane ricercatore che si trova suo malgrado coinvolto in un complotto internazionale di ricercatori che invece di fare del bene fanno del male. E che vogliono ricattare il mondo e bombardarlo di calorie. L’idea è quella di passare i messaggi che conosco bene, ma con una forma espressiva diversa che arrivi a più persone possibile.

Viviamo in un doppio paradosso: da un lato i paesi “ricchi” sono affetti da obesità, dall’altro, secondo Fao, oltre 800 milioni di persone soffrono la fame. Come siamo arrivati fino qui?

Non è un caso che il libro esca proprio alla vigilia della Giornata mondiale dell’obesità. Quello del sovrappeso e dell’obesità è un problema che coinvolge più del doppio delle persone affamate, che sono comunque ben 860 milioni, di cui se milioni di poveri alimentari in Italia. Numericamente, però, sono più le persone in sovrappeso e gli obesi rispetto agli affamati e ai magri, e proprio da qui sono partito. Insomma, una parte del mondo mangia troppo poco, una parte mangia troppo e male e un terzo di ciò che si produce non arriva alle nostre tavole. Come siamo arrivati a questo punto? Siamo arrivati qui perché il mondo vive di squilibri e noi non siamo riusciti ad attenuarli, anzi li abbiamo addirittura esasperati. Ecco che l’obiettivo che mi pongo nel trattare quella che chiamo la “globesity” è ritrovare un equilibrio che riparta dal cibo.

Un altro segnale dello squilibrio di cui lei parla è ormai la moda delle diete più assurde, dalla chetogenica al digiuno intermittente. Abbiamo cibo ma non sappiamo più qual è quello giusto.

Uno dei paradossi più evidenti è proprio quello del mondo delle diete. È assurdo che nel mondo si spenda di più per mettersi a dieta che per mangiare, è una grande contraddizione. C’è sempre una dieta migliore di un’altra, ma che non c’entra nulla con la nostra storia personale. Abbiamo perso la consapevolezza del valore del cibo dell’effetto del mangiare sulla nostra salute e su quella del mondo. E il fatto che tutto giri intorno ai foodblogger, così come a guru che scrivono libri e vanno in tv, oppure agli “spadellatori” televisivi è segno di un ulteriore squilibrio.

Zuccheri a gogo, farina raffinata, oli di ogni genere, etc. Solo i consumatori con una certa cultura possono difendersi, e con fatica, ma gli altri? Sono destinati ad ammalarsi?

Ciò che sorprende è che noi non siamo più sovrani rispetto al cibo, questa sovranità l’abbiamo appaltata a qualcun altro. Per dirla con una immagine, il carrello, quando facciamo la spesa, non lo spingiamo noi, ma c’è un motore che ci fa acquistare ciò che viene pubblicizzato, ciò che si trova ad altezza occhio, oppure in promozione. Pensiamo poi alla pubblicità che viene fatta nelle trasmissioni per bambini. Torniamo al punto di partenza, ovvero alla consapevolezza, all’educazione alimentare, allo scegliere il cibo adeguato, senza andare dietro a questa enorme spinta commerciale.

In queste settimane l’agricoltura è stata al centro del dibattito pubblico e politico. Ma bastano le nostre scelte dei consumatori per aiutare i piccoli e medi agricoltori?

Da un lato gli agricoltori, che sono appena il due o tre per cento degli occupati, protestano perché non riescono a coprire i costi di produzione (eppure qualcuno ricorderà le eccedenza agricole anni Ottanta, quando si distruggevano gli agrumi, piuttosto che i pomodori, e si sversavano ettolitri di latte); dall’altra la nostra società dà poco valore al cibo, lo vuole pagare poco e addirittura si permette di sprecarlo, se è vero che nella nostra filiera solo lo spreco domestico vale qualcosa come sette miliardi di euro.

Forse dovremmo definirci, invece che consumatori, fruitori del cibo e dovremmo pagarlo un po’ di più. Se non sempre esiste una correlazione tra alto prezzo e alta qualità, tuttavia di fronte ad alimenti che costano pochissimo dovremmo chiederci se dietro non c’è lo sfruttamento di qualcuno, se c’è un processo produttivo corretto dal punto di vista tecnologico, se la materia prima a monte è di qualità. E di nuovo siamo al punto di partenza: conoscenza, educazione alimentare. Bisognerebbe partire dalla scuola, come sosteniamo da molto tempo.

Il governo si schiera contro carne sintetica e insetti ma apre invece agli ogm, mentre Coldiretti è sponsorizzata da Mcdonalds. Perché la discussione sul cibo è così ideologica e come tornare al buon senso, e anche alla verità, sul cibo?

È bizzarro, anzi di più, che il governo che si schieri contro la carne coltivata poi sia aperto agli “ogm”, oggi denominati in modo diverso. Tra vent’anni saranno a favore della carne coltivata, ma nel frattempo ci saremo persi vent’anni di ricerca e di applicazione che chi non ha leggi così miopi e restrittive e del tutto inutili non perderà. Sono battaglie ideologiche di grande conservazione, che non danno alcun risultato. La crisi climatica fa passi in avanti, la ricerca – che potrebbe usare biotecnologie contro la siccità o per combattere parassiti – non dovrebbe mai fermarsi.

Negli ultimi dati sullo spreco alimentare, infine, è emerso che lo spreco alimentare è tornato a crescere.

Lo spreco alimentare e la povertà sono estremamente collegati. Sono tre anni che stiamo osservando – con il nostro osservatorio Waste Watcher – che non solo i poveri mangiano male, ma sprecano di più, contrariamente a quanto sostenuto dal ministro dell’agricoltura. La tendenza ad un abbassamento della qualità degli acquisti alimentari è in aumento, anche a causa dell’inflazione alimentare che colpisce i più poveri e noi tutti. Chi ha redditi bassi, ad esempio, compra alimenti deperibili vicini alla scadenza, come frutta già troppo matura. Al tempo stesso, aumenta il junk food, che provoca le malattie legate alla malnutrizione per eccesso, pensiamo al diabete, alle malattie cardiovascolari, con un relativo aumento dei costi sanitari.

La dieta mediterranea sarebbe una soluzione, per noi e per l’ambiente, eppure, come lei nota, non sembra quasi più né un’opzione.

Della dieta mediterranea tutti parlano ma nessuno la pratica. I nutrizionisti calcolano l’indice di mediterraneità e per il nostro paese, in una scala da 0 a 24, siamo a circa 12, il che vuol dire che non la seguiamo. Non solo: i ragazzini più obesi sono i preadolescenti della regione Campania, dove questa dieta è nata. D’altronde gli interventi del governo, come il reddito alimentare, peraltro sperimentale, o la carta Dedicata a te, qualche euro al giorno, non risolvono in nessun modo il problema in modo strutturale. Per questo il mio libro, pur essendo un’avventura che si svolge in ambito internazionale, vorrebbe almeno farci riflettere su questi temi. Nel discrimine tra bene e male, e in uno scenario di squilibrio globale, il ricercatore protagonista sta ancora dalla parte del bene. E speriamo che ci sia a lungo possibile perché, con la ricerca, potremmo risolvere molti dei nostri problemi. Non dobbiamo dimenticarlo.

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