La diffusa violenza fisica dei padri sui figli è probabilmente il riflesso di una società basata sul patriarcato. Quando guardiamo alla Tunisia, paese nord africano che ha dato il via alle primavere arabe, vengono alla mente donne emancipate e un paese (l’unico?) che è riuscito ad avviarsi verso la democrazia, con alti e bassi.

In Bell’Abisso, libro monologo dello scrittore tunisino Yamen Manai, pubblicato da edizioni E/O, tradotto da Valentina Abaterusso, emerge invece tutta la violenza e le contraddizione che rimangono nella società tunisina. È infatti il racconto-confessione di un adolescente che, per vendicare l’uccisione del proprio cane, Bella, si fa giustizia da solo. La catena dei colpevoli è lunga. Si comincia dal padre del protagonista colpevole di essere in primis padre-padrone, al quale non si può dire di no.

Come molti tunisini emigra nel Golfo, cerca fortuna e manda soldi alla moglie che cresce i due figli. Al suo ritorno, la famiglia vive nel terrore di un uomo violento. La madre, rassegnata, vive nella paura. Ma questa è la normalita di un villaggio, differente dalla città. I diritti delle donne, ci dice Manai, sono lontani. Tutti parlano, scrive, dell’emancipazione che Bourguiba ha dato a queste, come se le donne avessero aspettato che un uomo arrivasse a concedergliela, assicurandosi che fossero pronte.

Emerge poi il rapporto conflittuale nella società, a scuola che è il primo nucleo d’incontro. Maestri violenti; bande di adolescenti lontani anni luce da una vita normale. Un cane, Bella, è un mezzo per arrivare a una libertà individuale andando contro corrente ad una popolazione musulmana che vede, nella maggior parte, i cani come animali impuri. (Sono numerosi gli hadith, i fatti e detti attribuiti al profeta, che ci parlano di questo animale come essere impuro). Un sufi del quartiere dice al protagonista che è vero, si leccano il sedere da soli (i cani). Risposta: anche le persone se lo leccano reciprocamente ma non ci autoconsideriamo immondi. Il sufi non obbietta, strappando al ragazzo la promessa da prete di non vedere certi film pornografici. Ma Bella scompare, è il padre a portarla lontana ed a abbandonarla. Ed è da questo fatto che il protagonista diventa un giustiziere.

Al confine della strada vede un poliziotto che spara al suo cane. Lo aggredisce, spara alla mano del poliziotto e, successivamente, ad altre mani: tante e importanti. È un abisso, di dolore e vendetta. I giornali, ormai liberi dalla censura di Ben Ali, scrivono di terrorismo. Ma nessuno ha sentito urlare Dio è grande. Non si capisce perché un giovane diventi violento per la morte di un cane. Il motivo sta nel fatto della privazione costante e massiccia di una prospettiva nel futuro, di poter avere una vita felice. Fatta di piccole cose, sia ben chiaro. E priva di violenza, psicologica, fisica.

Sono questi gli eterni problemi di queste società rinchiuse in un circolo di pressione e violenza spesso giustificato da motivazioni pseudo religiose o di valori alterati. Bell’abisso è un libro potente, ci fa toccare con mano cosa vuol dire essere giovani a sud del mediterraneo.

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