“A Napoli hanno appena inventato l’allenatore sospeso”. Il commento, al solito geniale, è di Unfairplay: satira, ma neppure poi tanto per definire la situazione del Napoli, tra l’esonero di Walter Mazzarri e l’arrivo di Francesco Calzona. L’ultima mossa di Aurelio De Laurentiis, per tempistiche e stile somiglia molto all’usanza partenopea del lasciare un caffè pagato a chi ne ha bisogno: con un allenatore al posto della tazzina. Al di fuori della satira, con una squadra in ambasce, con 30 punti in meno rispetto allo scorso anno e che in alcun modo pare in grado di recuperare il terreno perso sulla zona Champions, soprattutto dal punto di vista psicologico, De Laurentiis si gioca l’ultima carta dopo aver sbagliato tutto quel che c’era da sbagliare.

Calzona conosce l’ambiente: 55 anni, è stato vice di Sarri prima e collaboratore di Luciano Spalletti poi, è sponsorizzato da Marek Hamsik – che lo aveva già portato sulla panchina della Slovacchia e che potrebbe avere un ruolo nel suo staff – e ha un profilo “giochista”, specializzato nel 4-3-3 visti i tanti anni passati con Sarri, che tanto piace al presidente. Presidente che già con Mazzarri aveva puntato su una vecchia conoscenza napoletana per risollevare l’ambiente nel dopo Rudy Garcia: fallendo, perché se col francese tutto si era visto meno che un bel Napoli, con Mazzarri la musica non è cambiata e i risultati sono pure peggiorati. Il Napoli era quarto con Garcia, è nono oggi. Più dei numeri però è il colpo d’occhio delle gare degli azzurri che offre la plastica dimensione del momento terribile: quasi inoffensivi, fuori casa non fanno gol dalla trasferta di Madrid il 29 novembre, mentre sono drammaticamente esposti alle offensive avversarie anche di squadre modeste.

Il Napoli era una squadra che rifilava 4 gol al Liverpool, sei all’Ajax, cinque alla Juventus e dominava le gare in lungo in largo. Oggi è perlopiù dominata, in grado di sfangarla negli ultimi minuti contro squadre in situazioni disperate o difficilissime come Salernitana e Verona o in ogni caso inferiori almeno sulla carta come il Genoa. In fin dei conti, al netto della grave perdita di Kim, il Napoli ha cambiato poco: Kvaratskhelia è sempre quello (e per la verità uno dei pochi che si danna), Di Lorenzo, Anguissa, Lobotka, Rrahamani anche, pur sembrando lontani parenti dei calciatori visti lo scorso anno. Con Garcia come con Mazzarri, con l’algida spocchia del francese e con i bacetti del toscano: colpa degli schemi? Della preparazione? Magari sì, ma non basta certo a giustificare 30 punti in meno, il peggior attacco della Serie A nelle ultime 12 gare (cioè quelle della gestione Mazzarri) e prestazioni orribili. Nè può bastare l’assenza del solo Kim (che pure al Bayern Monaco sta andando molto male) per spiegare lo spadroneggiare degli avversari in area azzurra e la facilità di arrivarci.

De Laurentiis finora le ha sbagliate tutte, è inequivocabile: nel profluvio di parole dell’ultima conferenza stampa ha dato la colpa di quanto sta accadendo a Spalletti che è andato via, ma è impensabile nel calcio di oggi tener qualcuno controvoglia e anzi, visto che gli addii sono l’unica costante è semmai colpevole l’incapacità a farne fronte. Emblematica, come si è detto, è stata la conferenza del “questa squadra è talmente forte che può allenarla anche lei”, rivolta a un giornalista: in otto mesi è emerso, e non poteva essere altrimenti, che De Laurentiis, per quanto indiscutibilmente geniale e capace con scelte rivoluzionarie di vincere in una piazza difficilissima, da solo non basta per i trofei o per competere. Servono i capobranco come Spalletti, in grado di fare da parafulmine per i giocatori, spaesati e demoralizzati senza guida. Servono dirigenti di polso come Giuntoli che contrariamente a quanto narrato non è il Re Mida del mercato e oltre a Kvaratskhelia, Kim e Anguissa fa errori, come tutti, ma è una figura forte. E figure forti – tra Osimhen che rientra tardi dalla Nigeria e Zielinski che fa le visite mediche con l’Inter, malumori e mal di pancia – evidentemente servono.

Altrimenti accade quel che è accaduto. Calzona è il terzo allenatore della stagione azzurra: il Napoli non cambiava tre allenatori dalla stagione 1997/98, la più disastrosa della storia, quando si alternarono Bortolo Mutti, Carletto Mazzone, Giovanni Galeone ed Enzo Montefusco nel campionato dei 14 punti e della retrocessione in B dopo 32 anni. E pure a Bari, altra società di famiglia si è arrivati a tre allenatori, con Pasquale Iachini scelto dopo Mignani e Marino. Sei allenatori in una stagione per le società di famiglia dunque: non è un record, ci sono i Gaucci che a inizio anni 2000 tra Perugia, Sambenedettese e Catania arrivavano anche a sette o otto cambi. Di sicuro quella di Calzona è una scommessa: di esperienza ne ha tanta, ma come vice o collaboratore, mentre da titolare della panchina ha nel curriculum solo la guida della Slovacchia che però è riuscito a portare agli Europei qualificandosi secondo dietro il Portogallo, dando filo da torcere a Ronaldo e compagni.

Conosce Osimhen, ne ha plasmato i movimenti nel periodo spallettiano, e ovviamente Lobotka, perno della sua Nazionale e tanti altri. Quasi tutti al di fuori di Kvara, Natan e chi è arrivato tra la stagione scudetto e quella in corso. Basterà a far tornare il sorriso a un gruppo che sembra avere come obiettivo principale, più che la Champions, più che superare il Barcellona, il fischio finale di Napoli-Lecce del 26 maggio e il successivo rompete le righe? Si vedrà. Di sicuro è un azzardo ancor più marcato quello di De Laurentiis: con Mazzarri ha peggiorato le cose, col mercato invernale (annunciata panacea dei mali azzurri) ha fatto ancora più confusione prendendo tutto meno che il difensore centrale ritenuta vera priorità, col terzo allenatore potrebbe da un lato riaccendere una fiammella, dall’altro mandare ancora più in confusione un ambiente già confuso e peggiorare la situazione.

Deteriorarla, beninteso, non in termini di risultato sportivo visto che i quarti di Champions sarebbero difficili a prescindere e non accedere alla manifestazione della prossima stagione è ormai messo in conto, ma per il deprezzamento del parco giocatori e per le prospettive con cui ripartire. Avrebbe avuto forse maggior senso puntarci per il dopo Spalletti o subito dopo aver esonerato Garcia, essendo una scelta alla Sarri: il pericolo che il cammino di Calzona parta compromesso è dunque altissimo in una stagione dove già il “mago Walter” ha fallito. E stavolta pure il “mago Aurelio” rischia: che nessuno si finga stupito, che stavolta costi più di niente farlo sentire una star.

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