La premessa è che l’accusa deve essere ancora vagliata in giudizio e siamo soltanto all’udienza preliminare, in calendario il 14 dicembre a Pavia. E che finora i vertici del colosso mondiale della diagnostica DiaSorin e della Fondazione Ircss dell’ospedale San Matteo hanno incassato solo assoluzioni e proscioglimenti dai primi filoni di indagine a Milano e Pavia. Ed ora va chiarito, a chi non mastica pane e virologia, perché il professore Andrea Crisanti afferma che 400 ml di siero ricavati da due sacche di sangue di due donatori di Lodi, due pazienti positivi al Covid e poi guariti, e sottratte – secondo i pm di Pavia – nel marzo 2020 dai laboratori del San Matteo di Pavia, senza l’ok del Comitato Etico dell’ospedale, per essere utilizzate per lo sviluppo e la validazione dei test sierologici anticovid della Diasorin, sono una quantità “enorme”. Anche sotto il profilo economico, come proveremo a spiegare dopo.

Su quei 400 ml di siero, va ricordato, il sostituto procuratore Paolo Mazza ha formulato un’imputazione di peculato contro l’ad di Diasorin Carlo Rosa, il direttore scientifico Fabrizio Bonelli e il professore Fausto Baldanti, il direttore di Virologia del San Matteo e responsabile scientifico del progetto di test sierologico frutto dell’accordo tra il San Matteo e Diasorin, chiedendone il rinvio a giudizio. E Crisanti, in una relazione agli atti della Procura, scrive proprio così a proposito delle sacche da 400 ml: “Quantità enorme”.

Eppure non stiamo parlando di un camion di liquido: 400 ml sono l’equivalente di una normale donazione di sangue. Quella quantità di siero, però, diluita, avrebbe generato un centinaio di litri di reagenti che l’azienda avrebbe utilizzato come controllo positivo di un test con 50 microlitri di reagente. Quindi sufficiente fino a due milioni di test. Queste, in sostanza, le conclusioni della perizia del senatore Crisanti, all’epoca consulente dei pm pavesi, ed autore della scoperta del ‘dirottamento’ di quel siero: doveva essere usato per uno studio sulla terapia del plasma iperimmune (con il via libera del Comitato Etico), sarebbe stato invece usato per realizzare il test sierologico immesso sul mercato.

Con l’auspicio di essere comprensibili per chiunque, proviamo a spolverare vecchie conoscenze su cosa è un test sierologico e spiegare perché quel campione di siero del San Matteo è ritenuto così prezioso. Un test sierologico non accerta la presenza del virus del sangue, ma la comparsa degli anticorpi al virus, quindi attesta l’avvenuta infezione. Nel marzo 2020, con la clamorosa carenza mondiale di tamponi, quei test erano uno dei pochissimi strumenti a disposizione per mappare e contrastare la pandemia nelle sue prime drammatiche settimane. Nelle due sacche del San Matteo c’era il sangue di due pazienti “positivi risolti”. Persone colpite da una infezione da Covid e guarite. Era stato stoccato nell’ambito di un altro progetto del San Matteo “per l’identificazione e la raccolta di sieri e plasma iperimmuni con elevato titolo di anticorpi neutralizzanti da somministrare a pazienti in gravi condizioni”.

Il progetto in collaborazione con DiaSorin, azienda all’epoca priva di un test con marcatura Ce, ottenuta il 17 aprile 2020, puntava invece alla realizzazione di un sierologico finalizzato all’identificazione di anticorpi neutralizzanti in pazienti convalescenti. Un test che trovasse impiego nello screening di massa per poi conferire una ipotetica “patente di immunità” e nel contempo individuare potenziali donatori per la terapia del plasma iperimmune. La ‘patente di immunità’ era una “idea molto popolare a fine aprile 2020 e caldeggiata dal professor Baldanti”, ricorda Crisanti. Il sangue dei guariti del San Matteo sarebbe servito a questo: sviluppare reagenti capaci non solo di provare l’avvenuta infezione, ma di individuare la presenza di anticorpi neutralizzanti attraverso un test ritenuto all’avanguardia.

Ma quanto reagente si può ricavare da 400 ml di siero? La procura ha acquisito una relazione della Technogenetics, l’azienda concorrente di DiaSorin che ha depositato l’esposto pilota delle indagini. In questo documento c’è una ipotesi di calcolo che parte da un esempio: “Se bisogna preparare uno standard con 10 anticorpi e se il Pool di partenza da 400 ml ha 1000 anticorpi si potrebbe diluire 100 volte per preparare 40’000 ml. Considerando il volume per test di 25 microlitri; nella condizione riportata come esempio si potranno effettuare 1,6 milioni di test). Generalmente stando alle procedure da noi utilizzate (di Technogenetics, ndr) e partendo da un volume di 400 ml di Pool positivo riusciamo a coprire 3-5 anni di produzione”. Infatti il pm nel capo di imputazione riporta che con quei 400 ml di siero Diasorin “avrebbe garantito la produzione di test sierologici e molecolari per la diagnosi da infezione da Covid-19, e segnatamente del test sierologico LIAISON XL, COVID-19 IgG, per la durata di circa 5 anni”. Per intuire il valore economico di cinque anni di produzione, basta ricordare che nell’aprile 2020 Diasorin fornì alla Regione Lombardia 500.000 test al costo di 4 euro l’uno. La procura però individua frutto di quel siero ‘solo’ 1883 kit ricompresi in 4 lotti messi in commercio tra l’Europa e l’America: ogni kit comprende 100 scatole, il totale è di poco inferiore ai 200.000 test.

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