Venerdì 8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, per un geniale paradosso a Roma si è celebrata la memoria di Richard Benson. Presso il Nuovo Cinema Aquila è stato infatti proiettato in anteprima nazionale Benson-La Vita è il nemico, di Maurizio Scarcella, alla presenza del cast tecnico e di figure protagoniste della vita dell’artista (dalla moglie Ester Esposito all’allievo e collaboratore Gianni Neri).

La proiezione si è presto trasformata in una festa, un tributo collettivo di quasi mille fan, tra cover del repertorio bensoniano, playlist di brani a lui cari, saluti in codice tramite le citazioni più note della mitologia bensoniana (“Vi dovete spaventareee!”, tra tutte). Per chi non lo conoscesse, Richard Benson è un pilastro della controcultura romana: chitarrista virtuoso ed eccentrico, presentatore preparatissimo di trasmissioni a tema musicale, noto per i racconti bizzarri, la voce possente e la pronuncia a metà tra romanesco e inglese, dopo un misterioso incidente quasi mortale all’inizio dei Duemila si è reinventato come idolo trash, dando vita alla prassi goliardica, presto degenerata, di farsi tirare oggetti sul palco durante i concerti.

Ma Benson era molto più di questo. Leviamo subito ogni equivoco: il documentario, oltre a essere realizzato tecnicamente a una qualità alta (è candidato ai David di Donatello), è in primo luogo molto rispettoso, a tratti commovente. Inevitabilmente, per ovvi motivi cronologici (è stato faticosamente prodotto negli ultimi sei anni), la narrazione vira sulla tristezza degli ultimi anni di decadenza, in cui Benson e la moglie Ester hanno vissuto in condizioni di estrema indigenza. Il pregio principale del documentario è proprio la capacità di redimere lo squallore (materiale) della china finale, di ripagare con rispetto e un profondo amore (per la persona, prima che per il personaggio) l’afflizione che aveva piagato la vita della coppia (giunta a richiedere sostegno economico in un appello pubblico su Repubblica TV), fino alla straziante separazione degli ultimi tempi, in distinte strutture di ricovero ospedaliero.

Se da un lato fanno sicuramente male allo spettatore affezionato i passaggi in cui, in una condizione di disagio letteralmente allucinante, l’artista nega la realtà, quasi a voler compiere fieramente la sua autodistruzione, dall’altro la visione restituisce una “verità” rimasta seppellita dalla diffusione virale del Benson “personaggio”: ovvero, che per molti anni, nei ‘70 e ‘80, nonostante le bizzarrie e le eccentricità, Richard Benson nella controcultura romana è stato un “fico” (per usare il gergo di quegli anni). Ovvero, un personaggio fascinoso, rispettato, considerato, quale era, un chitarrista talentuoso e, soprattutto, una vera e propria enciclopedia musicale ambulante.

Il ruolo di Benson come divulgatore e critico delle controculture musicali (hard rock ed heavy metal su tutte, ma non solo) è innegabile: almeno due generazioni di musicisti e critici si sono formati sulle sue trasmissioni. Nel documentario appaiono anche volti noti al grande pubblico, che offrono testimonianze non banali: Vittorio Sgarbi, ritratto in una celebre foto con Benson, accosta la sua figura a quello di un poeta maledetto e il suo fenomeno virale a quello di Alda Merini (in entrambi i casi il pubblico si è avvicinato nel momento della decadenza): Federico Zampaglione, produttore del progetto di Benson L’inferno dei vivi, lo accosta, per il carisma e la potenza vocale, a Carmelo Bene (e non è per nulla un’esagerazione dal punto di vista dell’impatto sonoro); Max Giusti ne ricorda con affetto le apparizione televisive giocose nelle sue trasmissioni; Massimo Marino, indimenticato presentatore di programmi trash nelle tv locali romane (anch’egli protagonista, come Benson, di cameo nei film di Carlo Verdone e anch’egli recentemente scomparso) ne ricorda l’amicizia, le qualità umane e ne analizza la parabola decadente, in cui il personaggio ha divorato la persona. La sala è stata attraversata dai brividi quando in uno spezzone Benson dice a Marino: “Dopo la nostra morte, si parlerà ancora di noi”.

Quindi, da fan storico der “Parucca” (come lo si appellava nello slang giovanile degli anni ‘90 per la vistosa parrucca che indossava), non posso che ringraziare la passione, la dedizione, oltre che il talento, del regista Maurizio Scarcella e il coraggio dei produttori e dei distributori. Il film arriverà nelle sale entro febbraio 2024, ma prima, data la grande richiesta, verranno fatte due nuove proiezioni sempre al Nuovo Cinema Aquila il 25 dicembre (Il Natale del male), alle 19 e alle 21, aspettando l’uscita in tutta Italia. Andatelo a vedere, altrimenti “Vi dovete spaventareee”!

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