Quando il 27 novembre scorso le agenzie di stampa hanno riportato le dichiarazioni degli avvocati di parte civile delle famiglie delle quattro donne uccise l’11 dicembre 2022 da Claudio Campiti, è sembrato quasi irrealistico che l’Avvocatura dello Stato – che rappresenta i ministeri della Difesa e dell’Interno chiamati in giudizio come responsabili civili – avesse chiesto al giudice per l’udienza preliminare di Roma il non luogo a procedere per l’imputato: ovvero proscioglierlo dalle accuse, quando persino il legale dell’imputato – che pur nella funzione di difensore avrebbe potuto intervenire in questo senso – ha chiesto il rinvio a giudizio.

I legali Massimiliano Gabrielli e Francesco Innocenti hanno subito denunciato l’incredibile richiesta da parte dello Stato. Ieri però Palazzo Chigi ha diffuso poche righe, nette, per negare la ricostruzione. I legali hanno replicato ribadendo la propria versione: la parola delle parti civili contro quella di Palazzo Chigi. Oggi però è possibile leggere nero su bianco nel verbale dell’udienza che la richiesta dello Stato è avvenuta: “L’Avvocato Antonio Trimboli per i responsabili civili Ministero della Difesa e Ministero dell’Interno insiste nell’istanza già formulata alla scorsa udienza e chiede sentenza di non luogo a procedere”. Viene così smontata l’affermazione del governo. Una bugia che appare ancora più grave perché, come noto, tra le vittime della strage c’era anche Nicoletta Golisano, amica personale della premier che a lei aveva dedicato anche un post sui social. Per quella che è stata ribattezzata strage di Fidene, Campiti è accusato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi a cui si aggiunge il tentato omicidio di altre cinque persone sedute al tavolo del consiglio di amministrazione del consorzio e lesioni personali causate dal trauma psicologico subito dai sopravvissuti. Quel giorno l’uomo rubò una pistola al poligono di tiro, andò alla riunione di condominio dove erano presenti decine di persone e cominciò a sparare. Entrò nella sala, chiuse la porta e urlò “vi ammazzo tutti“.

Gli avvocati contro Palazzo Chigi: “Posizione davvero inaccettabile” – I due avvocati quindi hanno emesso una nota congiunta per sbugiardare il governo e far comprendere come quella richiesta di fatto significava voler liberare l’imputato: “I difensori delle parti civili nel processo noto come strage di Fidene e che vede imputato, allo stato, il solo Claudio Campiti, dichiarano congiuntamente che, alla luce della nota emessa in data 28 novembre dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, hanno acquisito copia del verbale della udienza preliminare celebratasi il 27 novembre 2023. Da tale documento emerge inequivocabilmente che l’Avvocatura dello Stato – in nome e per conto del Ministero degli Interni e del Ministero della Difesa ha richiesto di sentenza di non luogo a procedere contro Claudio Campiti”.

“Si tratta di una posizione davvero inaccettabile da un apparato dello Stato che, con tale richiesta al gup, ha sostanzialmente richiesto di non processare e magari liberare Claudio Campiti. Le parti civili chiedono che Palazzo Chigi spinga con ferma determinazione i Ministeri della Difesa e dell’Interno ad assumersi le loro responsabilità, che sono sotto gli occhi di tutti, per la sottrazione dell’arma dal poligono di tiro grazie ad una clamorosa falla nella sicurezza e per l’omessa vigilanza da parte di chi sapeva e doveva controllare, e chiedono, altresì, che i Ministeri si attivino immediatamente per garantire l’integrale risarcimento del danno nei confronti di tutti i danneggiati per la strage di Fidene. Le famiglie delle vittime – dicono i due avvocati – si aspettano che lo Stato dispensi Giustizia per le gravi responsabilità e provveda immediatamente ai risarcimenti per le parti civili evitando di dispensare inaccettabili prese di posizione in aula e note stampa evidentemente inesatte”. Il gup di Roma comunque – nel giorno del rinvio a giudizio di Campiti – aveva respinto la richiesta dell’Avvocatura e stabilito che i due dicasteri sono responsabili civili ai fini del risarcimento.

Perché i ministeri sono chiamati in giudizio – A chiamare in causa i due ministeri sono state proprio le parti civili – i parenti delle quatto donne uccise e tutte le persone coinvolte nella sparatoria – che avevano chiesto di chiamare come responsabili civili il ministero dell’Interno, quello della Difesa che avevano funzione di controllo sul poligono. Era stato sottolineato che il furto di armi dal poligono di Tor di Quinto non era un evento isolato e che le autorità competenti avrebbero dovuto intervenire per garantire la sicurezza. In particolare, il dicastero della Difesa è stato chiamato in causa dalle parti civili perché l’Unione italiana Tiro a segno è sottoposta alla vigilanza del ministero e non avrebbe ottemperato all’obbligo di garantire la sicurezza omettendo di esercitare il suo potere, causando, secondo le parti civili, una ”situazione di pericolo durata per anni”.

Per quanto riguarda il ministero dell’Interno, è stata individuata la sua competenza per quanto attiene ai compiti di pubblica sicurezza nell’utilizzo delle armi. Le parti civili avevano segnato che nel febbraio 2022 un uomo aveva inserito nell’app della polizia una segnalazione relativa alla volontà di recarsi in Vaticano utilizzando un’arma che avrebbe prelevato al tiro a segno, dove era stato intercettato da una pattuglia del commissariato Ponte Milvio e tre giorni dopo un ispettore aveva redatto una relazione di servizio diretta al dirigente del commissariato. Una segnalazione a cui veniva allegato il regolamento del tiro a segno nazionale e il 21 febbraio il primo dirigente segnalava alla questura che “l’ingresso e l’uscita non sono vigilati e l’armeria dove si ricevono le armi si trova in prossimità dell’uscita e ciò renderebbe molto facile a malintenzionati portare via dal poligono le armi e le munizioni appena ricevute”. E per questo il dirigente segnalava che “per evitare questo rischio la direzione potrebbe consegnare e ritirare armi e munizioni direttamente sulla linea di tiro”. Una segnalazione inviata via Pec il 21 febbraio e che il dirigente aveva trasmesso anche il 26 agosto sollecitando una risposta non avendo ricevuto alcun riscontro. A giudizio delle parti civili, la segnalazione del febbraio 2022 e il sollecito di agosto avrebbero potuto impedire la strage avvenuta poi il successivo 11 dicembre.

Nel procedimento sono coinvolti anche il presidente della Sezione Tiro a Segno Nazionale di Roma e un dipendente addetto al locale dell’armeria del poligono di tiro di Tor di Quinto. I due hanno rinunciato all’udienza preliminare e per loro il processo inizierà nel 2024.

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