“Sulla transizione ecologica la posizione che sta assumendo l’Italia, con un’opposizione troppo marcata su tutti i passaggi del Green Deal, è quella di un Paese arretrato. Ma non siamo un Paese arretrato, non dovremmo esserlo. Tutto questo danneggia anche l’economia nazionale”. L’ex ministro Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile commenta i dati della relazione che accompagna gli Stati Generali della Green Economy, che quest’anno si concentrano proprio su costi e benefici della transizione ecologica. La sola decarbonizzazione dell’economia, stando alle stime, muoverebbe un indotto che assicura maggior entrate per lo Stato per 53 miliardi all’anno. Eppure, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, dall’opposizione alla legge sul Ripristino degli ecosistemi, alla posizione assunta dal ‘blocco padano’ contro la revisione della direttiva sulla qualità dell’aria (su cui l’Italia è stata già condannata dalla Corte europea della Giustizia, ndr), l’Italia ha remato contro in più occasioni.

Ce lo possiamo permettere?
I due pilastri della transizione sono decarbonizzazione ed economia circolare. Per quanto riguarda la prima c’è un rallentamento: nel 2022 le emissioni sono tornate ai livelli del 2019. Dovremmo tagliarle del 55% al 2030, ma in Italia siamo intorno al 20% (la Francia taglia del 22% e la Germania del 36%, ma la media europea è del 25%, ndr). E se calcoliamo anche gli assorbimenti di anidride carbonica, come ha fatto di recente l’Agenzia europea per l’ambiente, parlando quindi di emissioni nette, abbiamo un aumento delle emissioni perché gli assorbimenti sono diminuiti a causa di siccità e incendi. Quindi dal lato della decarbonizzazione, stiamo andando troppo piano e stiamo perdendo colpi. Dal lato della circolarità, abbiamo performance decennali piuttosto importanti, come efficienza dell’uso di materiali e tasso di riciclo. Facciamo attenzione, però, anche su questo fronte, perché gli ultimi trend indicano delle difficoltà di mercato delle materie prime seconde, soprattutto delle plastiche, ma non solo e un rallentamento delle dinamiche dei tassi di circolarità. E questo, rispetto ad altri paesi europei che stanno accelerando, è un segnale preoccupante. Per questo puntiamo a evidenziare come il cambiamento verso l’economia di domani sia economicamente conveniente già oggi.

Partiamo con le rinnovabili. Ricordate che nel 2023 l’Italia è a quota 61 GW e che in uno scenario che porta il Paese a un incremento di 123 GW si capacità entro il 2023, servirebbero 9 gigawatt all’anno. Un paio di anni va erano 7 ma, chiaramente, non raggiungendo mai il target annuale, l’obiettivo si allontana sempre più. Cosa serve per aggiungere quei 9 gigawatt all’anno? E quando potrà arrivarci l’Italia?
“Intanto stiamo già andando verso i 10 all’anno, forse anche di più, per recuperare il ritardo. Nel 2022 ne abbiamo aggiunti 3, forse quest’anno aumentiamo un po’, ma siamo sotto la Francia, che è a 5 gigawatt e della Germania, che è a 11. Secondo le associazioni delle imprese del settore potremo arrivare al target anche l’anno prossimo. Ma abbiamo due problemi: gli iter autorizzativi troppo lunghi e la necessità di potenziare la capacità di allacciamenti dei nuovi impianti alla rete, per cui servirebbero un po’ di investimenti”.

Un altro capitolo importante è quello della decarbonizzazione dei trasporti. La fondazione sottolinea la “scarsità di risorse per le piste ciclabili” che si conta di mettere in campo, ma anche poca lungimiranza nelle politiche sulle auto elettriche.
“Ci sono poche risorse per la pedonalizzazione e per la mobilità sostenibile, anche per i mezzi pubblici e c’è anche una certa criminalizzazione dell’auto elettrica, un po’ fuori tempo. Tutte le multinazionali investono su quello, non ci possiamo fermare. Nel 2030 metà della auto americane vendute saranno elettriche, perché è un’auto energicamente più efficiente, non emette inquinanti (non solo gas serra) e più silenziosa. Ora è più cara, ma le case costruttrici stanno puntando su modelli più economici. Nel giro di pochi anni avremo modelli competitivi con i diesel e le auto a combustione, sotto i 20mila euro senza considerare gli incentivi. C’è un po’ di resistenza sulla componentistica. Perché se come produttori di auto in Europa siamo all’ottavo posto, rappresentiamo solo il 31% del mercato europeo, nella componentistica per auto l’industria, soprattutto del Nord, è ancora piuttosto consistente. Ma lavora per Francia e Germania, che stanno marciando verso l’elettrificazione. Quindi, o cambiamo la componentistica o le industrie francesi e tedesche si rivolgeranno ad altri”.

Passiamo all’economia circolare. Secondo la Commissione Ue, lo ricordate, la mancata adozione delle misure previste dalla proposta di riforma degli imballaggi e rifiuti di imballaggio, porterebbe il costo ambientale monetizzato da 5,9 miliardi euro nel 2018 a 9,4 nel 2030 e a 17,1 nel 2040. Al centro del dibattito, in Italia, la spinta al riuso e l’industria nazionale che ha molto investito sul riciclo. Presidente, lei si trova sulla torre con mister riutilizzo e mister riciclo? Chi butta giù? La Commissione Ue rassicura l’Italia, dicendo che nessuno dei due va gettato dalla torre…….
“Non credo che il riciclo sia in contrasto con il riutilizzo e ricordo che non parliamo di un regolamento sul riuso. Punta anche a rafforzare il riutilizzo, ma anche il riciclo e l’impiego di materiale riciclato. Allo stesso tempo, penso che nella proposta ci siano alcune forzature. Sono del parere che dovremmo riutilizzare ciò che è riutilizzabile e rendiamo riciclabile tutto il resto. In Italia riutilizziamo due milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio ma, certo, possiamo e dobbiamo migliorare. Certamente si potrebbe fare molto di più con le bottiglie di vetro dell’acqua minerale, mentre in altri ambiti è più complicato. D’altro canto anche nel riciclo dobbiamo migliorare alcuni aspetti, soprattutto per quanto riguarda la collocazione sul mercato delle materie che derivano dai processi di riciclo”.

Anche nel caso della direttiva sulle ‘Case green’, per la legge europea sul Ripristino della Natura e la revisione della direttiva sulla qualità dell’aria l’Italia ha utilizzato finora il freno a mano. Nel primo caso, c’è il problema del Parco edifici piuttosto vetusto: il 53,7% degli edifici risale a prima del 1970.
“Per quanto riguarda la direttiva ‘Case green’, sulle nuove costruzioni credo ci sia consenso generale. Il problema si pone sul parco edifici esistente, particolarmente vecchio con consumi di energia, in gran parte, piuttosto notevoli. Rispetto ad altri Paesi, inoltre, abbiamo meno costi di riscaldamento, ma crescenti costi per il raffrescamento. Rendere più efficiente un edificio dal punto di vista termico vuol dire anche proteggerlo dalle ondate di calore che certamente non diminuiranno, almeno nei prossimi decenni. La direttiva è abbastanza flessibile, ma è un problema che dobbiamo affrontare. Sulla posizione dell’Italia, in generale, finora è stata quella di un Paese arretrato, pur non essendolo. Ormai anche la Cina si sta muovendo velocemente verso le tecnologie green, gli Stati Uniti con l’Inflaction Reduction Act hanno investito quasi 400 miliardi di dollari e i Paesi più avanzati dell’Unione Europea spingono verso questa transizione. L’Italia sta facendo un ruolo di freno e, secondo me, sbaglia da un punto di vista delle prospettive economiche”.

Un esempio?
“L’agricoltura. Il fattore vincente dell’agricoltura italiana è la qualità. Non possiamo mica competere sulle grandi estensioni dell’agricoltura industriale. E ci può essere oggi una qualità dei prodotti agroalimentari che non sia una qualità anche ecologica? Mettere l’Italia in posizione anti-ecologica nel settore agricolo, con la vecchia visione della produzione, fa un danno enorme all’agricoltura italiana”.

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