Accogliendo l’istanza della difesa, la Corte d’Assise di Milano ha disposto una perizia psichiatrica su Alessia Pifferi, la 37enne che il 14 luglio 2022 lasciò morire di stenti e disidratazione la figlia Diana, di appena 18 mesi, abbandonandola da sola per sei giorni nella casa di via Parea, a Milano. Per quei fatti è accusata di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, ma adesso si dovrà valutare la capacità di intendere e volere della donna e l’eventuale pericolosità sociale. Se venisse accertata la totale incapacità, Pifferi sarebbe ritenuta non imputabile e dunque assolta per vizio totale di mente: se venisse riconosciuta anche la pericolosità sociale, sarebbe collocata in una struttura per l’esecuzione delle misure di sorveglianza. In caso di vizio parziale, ci sarebbe invece una riduzione della pena, mentre se venisse riconosciuta capace di intendere e volere rischierebbe una condanna all’ergastolo. I giudici della Corte, presieduta da Ilio Mannucci Pacini, hanno fissato al 13 novembre un’udienza per il conferimento dell’incarico di perito psichiatra al professore Elvezio Pirfo, medico specializzato in psichiatria. In quella data daranno inoltre il termine per depositare la relazione.

Contro la perizia si erano espressi i pubblici ministeri Francesco De Tommasi e Rosaria Stagnaro. “Non ci sto ad essere preso in giro, la signora non ha alcun problema mentale e ha avuto un atteggiamento scellerato nei confronti della figlia”, aveva dichiarato Francesco De Tommasi. Il pm di Milano aveva dunque chiesto di respingere la richiesta di perizia, contestando gli accertamenti medici effettuati nel carcere di San Vittore e la consulenza della difesa, secondo cui la donna soffrirebbe di un ritardo mentale. “Un quoziente intellettivo di 40 vuol dire che nella scorsa udienza lei non sarebbe stata in grado di dire nulla, né di formulare accuse contro il personale di polizia, di relazionarsi con nessuno”, aveva dichiarato il pm. Così non è stato, secondo l’accusa: Pifferi si è sottoposta a interrogatorio, ha dato “risposte chiare”, seguendo un ordine logico e cronologico, ha reso “dichiarazioni sconcertanti” e si è dichiarata consapevole di ciò che aveva fatto, “dicendo che a volte lasciava da bere alla piccola per la sua sopravvivenza”. Insomma, per il pm “non sussistono ad oggi basi tecnico scientifiche che giustifichino un accertamento sotto il profilo delle capacità mentali”.

Contestato anche il metodo con cui, in carcere, era stato accertato un basso quoziente intellettivo: il test Wais. Si tratta di un modo per valutare l’intelligenza negli adulti, la difficoltà di apprendimento, il deterioramento cognitivo e il quoziente intellettivo, ma per De Tommasi “è un metodo anomalo“, che da solo dice poco e che, soprattutto, “fuoriesce dalle competenze della struttura psichiatrica del carcere”. L’utilizzo del test Wais non corrisponderebbe alla prassi abitualmente in uso in questi casi, ha spiegato il pm, citando i propri consulenti, gli psichiatri forensi Marco Lagazzi e Alice Natoli. “Non si può non essere perplessi per l’attuazione di un test che non ha nulla a che fare con la gestione penitenziaria, ma è utile per la difesa penale, e per una intensiva rilettura del caso fatta con l’imputata di un così grave reato”, si legge nella relazione depositata ai giudici. Il test “valuterebbe non i vissuti della persona, ma ciò che la stessa ha riferito di avere appreso e discusso nel lavoro con le psicologhe”. Insomma, l’effetto di un test “non abitualmente in uso” e per di più “non documentato né verificabile” sarebbe quello di una “manipolazione” della mente dell’imputata, che le avrebbe messo in testa che era stata “indotta da terzi a lasciare da sola a casa la bimba”.

Un no alla perizia condiviso anche dalla madre e dalla sorella di Alessia Pifferi, costituite parti civili e assistite dall’avvocato Emanuele De Mitri. Il legale ha infatti ricordato l’assenza di pregresse patologie psichiatriche. “Pifferi sapeva quello che stava facendo, che il digiuno prolungato della sua bambina ne avrebbe determinato la morte”, ha spiegato in aula. Nel processo, inoltre, la donna “ha cercato di scaricare le responsabilità sulla sua famiglia e sull’ex compagno”. Come ha poi dichiarato la stessa Viviana Pifferi, sorella di Alessia, commentando la decisione della Corte, “il mio pensiero resta sempre quello, io conosco le sue bugie, non la ritengo così incapace da non riuscire a parlare, scrivere, agire, come dicono i suoi consulenti, mia sorella è una scaltra“. E ancora, per Viviana Pifferi è assurdo che una persona possa passare per normale fino al giorno prima per poi venir considerata “una che ha difficoltà di muoversi, di agire. Quando succedono queste cose qua si tende sempre a far venire fuori un deficit, qualcosa”. Infine, un ultimo commento sulla sorella: “Pentita dice di esserlo, cambiata non so“.

“Sono desolata da questo terrore dimostrato per una perizia”, ha invece commentato il legale difensore, Alessia Pontenani. “Non voleva uccidere la bimba, non era consapevole del rischio“, ha aggiunto. “L’aveva già lasciata sola altre volte e non capiva le conseguenze delle sue azioni“. Pontenani ha dunque criticato le parole usate dai pm. “Non è vero che è stata condizionata. Ha fatto dei test specifici e secondo le psicologhe, tra l’altro, lei è pericolosa socialmente, perché influenzabile da terzi”. Insomma, a detta del legale difensore il test non può essere falsificato e ha chiaramente stabilito un ritardo mentale. “Il pm se parla di manipolazione faccia accertamenti sul carcere, li faccia”, ha aggiunto la donna.

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