Una persona “capace di commettere atrocità“, pericolosa e che non ha avuto “scrupoli”, volendo portare avanti le sue relazioni, ad abbandonare da sola in casa per quasi “sette giorni” nella “culletta” sua figlia Diana di un anno e mezzo, facendola morire di “stenti”. Una mancanza di quell’accudimento costante per i bambini così piccoli. Il pm di Milano, Francesco De Tommasi, contesta per questo ad Alessia Pifferi, 37 anni, l’omicidio volontario aggravato anche da premeditazione e futili motivi. Le indagini sono state affidate alla Squadra Mobile che ha raccolto una serie di testimonianze da cui emerge che l’indagata aveva raccontato una serie di bugie a chi le stava accanto, compreso l’uomo di Leffe (Bergamo) con cui aveva una relazione e in casa del quale aveva partorito la figlia di cui non si sa chi sia il padre. Al compagno avrebbe detto che Diana era al mare con la sorella.

Agli inquirenti la 37enne – che durante l’interrogatorio è apparsa lucida – ha spiegato di essere “disoccupata”, ma indagando si è scoperto che aveva entrate con cui riusciva a mantenersi e proprio su questo aspetto, con l’analisi di chat sequestrate nel suo telefono, la Procura sta facendo approfondimenti, a partire anche da quelle frequentazioni di uomini conosciuti sui social. La bimba sarebbe stata abbandonata anche in altre occasioni: tra marzo e aprile scorso la piccola era stata lasciata per una sera per incontrare un uomo, di cui nell’interrogatorio non ha saputo ricordarsi il nome. Colui che, però, stando al verbale della 37enne, le avrebbe dato la “boccetta di En”, un potente tranquillante che, si ipotizza, lei potrebbe aver fatto assumere alla piccola otto giorni fa per stordirla, ma anche in altre occasioni. “Le ho dato solo qualche goccia di tachipirina, perché aveva male ai denti”, ha sostenuto lei, che inizialmente quando è rientrata a casa mercoledì mattina aveva detto, stando alla deposizione di una vicina, che qualcuno aveva lasciato la porta dell’abitazione aperta e che dentro ci doveva essere una fantomatica baby sitter che era scappata.

Anche coi familiari – madre e una sorella – avrebbe mantenuto spesso un atteggiamento di “distanza”, condito pure di racconti non veri. Agli stessi agenti intervenuti quel mattino avrebbe detto di essere una “psicologa infantile”. Nei prossimi le verrà contestato anche l’accusa di “abbandono di minore” per gli episodi precedenti: almeno due o tre fine settimana, dallo scorso giugno in poi, quando lei aveva riallacciato la relazione col compagno di Leffe, che per un periodo si era interrotta. Oggi è stata sentita dal gip Fabrizio Filice, ma il suo legale, l’avvocato Raffaella Brambilla, non ha voluto chiarire in che modo abbia provato a giustificare il suo comportamento. Era consapevole, e l’ha già detto, che “poteva andare così”, che Diana poteva morire senza essere nutrita e accudita per tutti quei giorni. Il pm ritiene che non ci sia alcuna esigenza di richiedere una perizia psichiatrica o di effettuare una consulenza sullo stato mentale della donna, che è sembrata lucida, presente a se stessa e con una volontà, espressa a ‘intermittenza’, di fare finta che quella figlia non esistesse, perché bloccava le sue relazioni, la sua vita. Sabato il gip deciderà sulla richiesta della Procura di convalida del fermo e di custodia in carcere.

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