È una Spagna spaccata a metà quella che oggi va alle urne per il rinnovo delle Cortes Generales (il Parlamento), suddivise in Congresso dei Deputati e Senato. Sono quasi 37,5 milioni i cittadini chiamati a votare dalle ore 9 alle ore 20 a questa tornata di elezioni anticipate, mentre è stato possibile chiedere di votare per posta fino al 13 luglio. L’architettura istituzionale spagnola prevede un bicameralismo imperfetto, per cui il risultato cruciale sarà quello della prima delle due Camere. In totale, si eleggono 350 deputati, con una maggioranza assoluta fissata a 176.

Il Paese va al voto con 5 mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale per decisione del premier Pedro Sànchez all’indomani delle amministrative finite male per i partiti di governo e in particolare proprio per Podemos. Il blocco delle destre formato dal Partido popular e da Vox, dato in vantaggio, punta a trasformare queste elezioni in un referendum contro il ‘sanchismo’. Il loro obiettivo è archiviare il modo, al loro giudizio, ‘cesarista’ e cinico di governare di Pedro Sanchez, accusato di essersi alleato con i radicali baschi di Bildu, definiti “il braccio politico della Eta”, pur di conservare il potere. Quindi promettono di “riunire il Paese” abrogando le riforme più divisive approvate nell’ultima legislatura: dalla “legge della memoria” contro i crimini franchisti a quella sul cambio di sesso, dalla legge per la casa a quella che permette l’eutanasia.

La sinistra, invece, punta a mobilitare la sua base con due messaggi forti e legati fra loro: il primo, bisogna andare avanti, con la Spagna migliore, con il suo buongoverno, continuando la strada delle riforme sociali ed economiche che hanno portato la Spagna a essere il Paese con la crescita del Pil più rilevante d’Europa, con l’inflazione sotto il 2%, attento ai diritti delle donne, della comunità Lgbti+ e in prima linea sul fronte delle rinnovabili, della transizione ecologica. Il secondo messaggio su cui il Psoe e Sumar (il nuovo soggetto fondato dalla ministra del Lavoro Yolanda Dìaz, che debutta proprio oggi e che riunisce Podemos e le sigle più a sinistra dei socialisti) puntano molto è lanciare l’allarme sul pericolo “fascista“, sul rischio che l’estrema destra post franchista di Vox possa tornare al governo per la prima volta nella storia della democrazia spagnola dopo la fine della dittatura. Le prime mosse di alcuni amministratori locali di Vox hanno colpito molto: hanno censurato un film della Disney, un’opera di Virginia Woolf e negato la violenza di genere, derubricandola a “violenza tra familiari”. Alcuni di loro non hanno reso omaggio alle vittime di femminicidio. “In gioco non c’è un’alternanza al governo, ma la nostra democrazia. Evitiamo che la Spagna entri in un tunnel tenebroso”, ripete Sanchez da giorni. Due linee opposte, incompatibili, come è emerso in modo evidente durante il duello tv tra Sanchez e Feojòo: il loro continuo rinfacciarsi i rispettivi alleati, il loro parlarsi sulla voce senza ascoltarsi sembra la migliore metafora di un Paese assolutamente diviso in due.

I sondaggi – Per i sondaggi, la destra è in vantaggio. Senza una svolta, una sorpresa eclatante negli ultimi giorni, Pp-Vox sembrano destinati ad avere la maggioranza dei seggi a las Cortes. Prima del duello, sembrava che Sanchez fosse lanciato in una clamorosa rimonta, ma il faccia a faccia, vinto dal leader Pp, sembra aver invertito quella tendenza. Tuttavia, avere la maggioranza con Vox non vuol dire che che la premiership di Feijòo sarà scontata. E’ vero che in molte comunità locali l’alleanza delle destre, malgrado polemiche e strappi, sta andando avanti. Non a caso il leader popolare sta parlando poco di Vox e, anzi, sta chiedendo un voto “utile”, ribadendo che l’unica garanzia per non avere Abascal al governo è votare Pp. E’ praticamente impossibile che il Pp possa avere la maggioranza assoluta, ma il loro obbiettivo è ottenere più seggi di quelli ottenuti dalla sinistra tutta. A quel punto il Pp spera di costringere, sulla carta, Vox a un accordo. Ma sono tutte ipotesi. Quello che è certo è che nel partito di Abascal sta emergendo l’ala dura, intransigente, poco incline alla mediazione, anzi pronta ad alzare la posta nell’eventuale negoziato per il nuovo esecutivo. Sul fronte del programma dice no all’aborto, alle nozze gay. E molte delle sue proposte sono apertamente incostituzionali. Ad esempio, Vox chiede “l’immediato ritorno allo Stato dei poteri in materia di Istruzione, Sanità, Sicurezza e Giustizia” limitando “il più possibile la capacità legislativa delle comunità autonome”, mentre l’articolo 2 della Costituzione “riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che compongono la Nazione spagnola”. Infine, sull’eventuale squadra di governo, Feijòo ha già puntato paletti molto chiari: “Se andassi al governo nominerei ministri solo persone che abbiano la massima preparazione e zero settarismo. Nessuno di loro sarà contro l’Ue, la Nato e l’Ucraina”. Parole che hanno irritato Abascal: “Non facciamo ricatti, ma nemmeno vogliamo subirli”.

I PARTITI: i socialisti – Il Psoe di Pedro Sanchez punta ad andare avanti, avanzare, proseguire altri 4 anni lungo la strada già battuta dal suo esecutivo. In alcuni video il partito socialista ha punzecchiato lo sfidante, il leader popolare Alberto Feijòo, per il fatto che non sa parlare inglese. “Chi non parla inglese dovrebbe essere squalificato dalla corsa per diventare premier”, ha commentato Javier Cercas a El Pais. Poi tanti post sui social dedicati al sostegno del partito alla comunità Lgbti+, per ricordare che il Psoe si batte a favore dei diritti delle donne sul lavoro, per l’uguaglianza, contro la violenza di genere.

Popolari – Il Partido popular di Alberto Nuñez Feijòo scommette sul fatto che è arrivato “il momento” di cambiare. Ma all’inizio della campagna, i popolari avevano puntato tutto sulla proposta di trasformare questo periodo elettorale in un’”estate azzurra”, il colore del Pp. Una frase che è anche il titolo di una fortunatissima serie tv spagnola degli anni 80, ambientata in una località di mare, ma gli autori di quello sceneggiato hanno diffidato il Pp dall’usarla. Persino Sanchez ha ironizzato su questa campagna: “E’ la storia di un gruppo di hippy che si battono contro una speculazione edilizia. Qualcosa che è molto lontano dall’ideologia della destra”.

Vox – La campagna di Vox, partito di estrema destra, è stata molto centrata sui comizi di piazza, molto partecipati, come quello di Valencia, quando a sorpresa si è collegata Giorgia Meloni. Il suo slogan sintetizza il programma del partito di Santiago Abascal: parlare dei problemi reali degli spagnoli, della sicurezza dei cittadini messa a rischio dai migranti irregolari, la tutela dell’identità spagnola, culturale e linguistica, contro le scelte delle comunità locali. Un maxi cartello ha fatto scalpore diventando un simbolo. Sotto la scritta “Decidi cosa importa”, mostrava una mano, con al polso un braccialetto dei colori della bandiera spagnola, buttare in un cestino alcuni simboli come una bandiera con la falce e martello, l’estelada, la bandiera dell’indipendenza catalana, il logo dello sviluppo sostenibile, il cerchio con su scritto agenda 2030, un marchio del movimento femminista e la bandiera con i colori dell’arcobaleno, simbolo storico della comunità Lgbti+.

Sumar – È la coalizione che riunisce oltre 13 forze della sinistra guidate da Yolanda Diaz, ed è al suo esordio a una elezione nazionale. Per tutta la campagna elettorale, la ministra del Lavoro e vicepresidente ha esaltato i diritti delle donne, la transizione ecologica, e le riforme, a partire da quella sul mercato del lavoro, che ha realizzato lei stessa in questi anni. Un testo che ha combattuto il precariato e che, sostiene Diaz, ha migliorato le condizioni di tanti lavoratori spagnoli.

IL SISTEMA ELETTORALE – È un proporzionale senza preferenze, con liste bloccate. Si applica il cosiddetto metodo D’Hondt, che prevede l’assegnazione dei seggi tra i partiti nelle 52 circoscrizioni (generalmente corrispondenti alle province), in base a una complessa formula matematica. Ogni circoscrizione elegge un minimo di due deputati, mentre i restanti seggi vengono assegnati in proporzione alla popolazione. Prevista una sola soglia di sbarramento, solo nel singolo collegio elettorale, fissata al 3%. Tale sistema elettorale provoca un peso diverso in termini di voti necessari per ottenere un seggio a seconda dei territori: stando a diverse stime, nel 2019 la media per l’elezione di un deputato a Madrid era di oltre 90mila voti, mentre nella spopolata provincia di Teruel ne sono bastati meno di 25mila. Un meccanismo da cui tendono a trarre profitto in particolare le formazioni tradizionali, Partito Popolare e Partito Socialista. Per interpretare i risultati finali, possono quindi essere utili due chiavi di lettura: l’esito del voto nelle province con bassa densità abitativa, dove solo due o tre partiti hanno chance di ottenere seggi, e il particolare peso specifico delle circoscrizioni in cui concorrono partiti con grandi basi elettorali territoriali, come gli indipendentisti catalani o quelli baschi, spesso cruciali anche per mantenere in equilibrio i governi nazionali.

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