di Leonardo Botta

Vivo in Campania, nel salernitano, la terra che da diversi lustri rappresenta il feudo politico di Vincenzo De Luca; per il quale, per la cronaca, ho votato alle tre ultime tornate elettorali per la presidenza della Regione Campania.

Certo, con De Luca non ci si annoia mai. Ricordo per esempio la guerra, tutta interna ai democratici di Sinistra, scatenatasi tra lui (all’epoca sindaco di Salerno) e l’allora presidente regionale Bassolino, sfociata in continui e reciproci ammutinamenti. La storia si ripete oggi: è scontro aperto tra De Luca e tutta la segreteria del Partito Democratico guidata da Elly Schlein. Il principale (se non unico) casus belli è il terzo mandato a Palazzo Santa Lucia, che De Luca vorrebbe introdurre nell’ordinamento legislativo per potersi ricandidare di nuovo, ma che non trova i favori della segretaria (la cui elezione alle primarie del febbraio scorso, a danno di Stefano Bonaccini, sembra proprio aver guastato i piani del presidente campano). Il carico a bastoni su questa querelle è arrivato con il commissariamento del partito campano, subìto da De Luca come un intollerabile affronto.

Com’è come non è, resta il fatto che alla convention napoletana che in questo fine settimana ha visto gli stati generali del partito riuniti sul tema del contrasto al ddl Calderoli sull’Autonomia Differenziata, nella bella cornice della fondazione Foqus ai Quartieri Spagnoli, di De Luca e dei suoi sodali non si è vista nemmeno l’ombra. Nella manifestazione il governatore era il convitato di pietra, non citato da nessuno degli intervenuti (tantomeno dalla Schlein) se non, con un velato riferimento, dal sindaco barese e presidente Anci Decaro.

Siamo alle solite: la balcanizzazione del Pd è un rischio mai scongiurato. Lo dicono i precedenti: la scissione di Bersani, D’Alema, Speranza e altri in dissidio con la segreteria Renzi; l’uscita dello stesso Renzi e della sua nutrita pattuglia dal partito, all’indomani della nascita del governo Conte II; l’abbandono di Calenda e Richetti. Per cui ora, con la Schlein alla guida di un Pd dalla vocazione indubbiamente più radicale (e nonostante la conciliante posizione di Stefano Bonaccini, che sta diligentemente onorando il suo ruolo di presidente del partito), si profilano altre defezioni all’orizzonte, a cominciare, forse, da quella dello stesso De Luca.

Insomma, il partito nato nel 2007 dalla strana fusione tra Democratici di Sinistra e Margherita per caparbia volontà di Walter Veltroni e sulle ceneri della creatura di Prodi, L’Ulivo, somiglia sempre più a una coperta corta: se ti copri la testa, lasci fuori i piedi; e quelli, piuttosto che attendere che la coperta, prima o poi, torni a scaldarli, preferiscono abbandonare il corpo infreddolito.

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