Difende i numeri sull’occupazione e chiude la porta in faccia alle opposizioni. Giorgia Meloni respinge le richieste di dialogo delle minoranze sulla proposta di salario minimo che ha trovato tutti d’accordo, da Azione ad Alleanza Verdi-Sinistra a eccezione di Matteo Renzi. Lo fa con le stesse motivazioni utilizzate dalla ministra del Lavoro Elvira Calderone: “Non sono convinta che al salario minimo si possa arrivare per legge”. Piuttosto, l’approccio del governo, spiega la presidente del Consiglio al Corriere della Sera, “va nella direzione di favorire una contrattazione collettiva sempre più virtuosa, investire sul welfare aziendale, agire su agevolazioni fiscali e contributive, stimolare i rinnovi contrattuali”. Attrezzi che, in realtà, non escludono un minimo legale, come avviene in quasi tutta l’Unione Europea. E che risultano marginali in settori poco sindacalizzati. “Naturalmente – aggiunge Meloni – la condizione dei lavoratori, soprattutto giovani che percepiscono retribuzioni non decorose, non solo ci preoccupa, ma ci ha già spinto a intervenire sul cuneo fiscale e a incentivare le imprese che assumono under 36 e ‘neet'”.

La presidente del Consiglio non risparmia critiche ai suoi predecessori a Palazzo Chigi e a Elly Schlein, in tema di Pnrr e alleanze. Quando le viene chiesto se Giuseppe Conte e Mario Draghi avrebbero potuto lavorare meglio, alla luce dei ritardi e della sua sottolineatura (“Ricordo che lavoriamo su un piano scritto da altri”), spiega “senza polemica” che “se il lavoro certosino che stiamo facendo adesso, senza alcuna tensione con la Commissione, fosse stato fatto a monta quando i progetti sono stati presentati, avremmo potuto risparmiare molto tempo”. La terza rata incagliata e la quarta di là da venire, insomma, sono frutto di qualcosa che si è incagliato a monte, sostiene. “Poco male, siamo comunque vicinissimi all’obiettivo – garantisce – E stiamo lavorando senza sosta alla rimodulazione del Piano e alla presentazione del Repower EU, per spendere tutte le risorse privilegiando progetti strategici”. Insomma, è “ottimista” e sulla questione della tranche bloccata chiede ai critici di smetterla di “fare allarmismo”. La questione è “strategica”, attacca, e “nella migliore tradizione dei Tafazzi d’Italia, viene strumentalizzata per attaccare il governo”.

Sulla ratifica del Mes, rinviata di quattro mesi, ribadisce di ritenere “contrario all’interesse nazionale accelerare la ratifica del trattato” mentre il governo è “impegnato nel negoziato decisivo per la modifica del Patto di stabilità e il completamento dell’Unione bancaria”. E non risparmia un attacco alle opposizioni: “Chi oggi chiede la ratifica non sta facendo l’interesse italiano”. Strenua invece la difesa dei risultati raggiunti sui migranti durante il Consiglio Ue, nonostante lo schiaffo di Polonia e Ungheria. Meloni rivendica il “nuovo approccio” sulla “dimensione esterna” che è “un indiscutibile successo italiano”: “La scelta è combattere il traffico di esseri umani e contrastare l’immigrazione illegale prima che arrivi in Europa. Siamo riusciti a far comprendere a tutti i nostri partner che non aveva senso continuare a litigare tra Paesi di primo approdo e Paesi di destinazione su chi dovesse avere la responsabilità di gestire il fenomeno e che l’unico modo era lavorare insieme sui confini esterni, soprattutto attraverso una cooperazione paritaria con i Paesi africani”.

Resta il rifiuto di Varsavia e Budapest, guidate dagli “amici” Mateusz Morawiecki e Viktor Orban, legato ai ricollocamenti che, secondo Meloni, non mette a rischio il Patto di Lussemburgo sulle migrazioni ed è spiegabile così: “Soprattutto la Polonia, ma anche l’Ungheria, hanno accolto milioni di profughi ucraini ricevendo dalla Ue contributi inferiori al necessario. Di contro, secondo l’accordo dell’8 giugno, sarebbero tenute a versare 20mila euro per ogni migrante anche irregolare non ricollocato. Il tutto, aggravato dal blocco degli stanziamenti per i loro Pnrr nazionali. La loro rigidità è comprensibile e io ho sempre grande rispetto per chi difende i propri interessi nazionali. Si può superare ricostruendo un rapporto di fiducia e in questo senso cerco di dare il mio contributo”.

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