di Alessandro Di Grazia

Bisogna innanzitutto dire che Berlusconi non esiste: egli è già, e da sempre, trasceso dal suo “ismo” (l’”ismo” è sempre una radicalizzazione peggiorativa), il berlusconismo; esso è una forma religiosa nuova, ma anticipata con lungimiranza profetica da Walter Benjamin quando, prendendo le distanze da Max Weber, sostenne nel 1921 che il capitalismo fosse una religione, ma dalle caratteristiche opposte a quelle finora conosciute. È una religione senza trascendenza in quanto il culto è il consumo fine a se stesso senza ulteriorità, chiuso in un ciclo di perpetua ripetizione. Il debito/colpa è assoluto e mai redimibile.

Oggi forse possiamo aggiornare questa tesi, ma, nell’essenziale, non possiamo smentirla. Questi presupposti vestono perfettamente il Cavaliere al pari dei suoi impeccabili doppiopetti blu. In questa funzione religiosa, e celebrando tale funzione, Berlusconi è riuscito quasi nell’impossibile: erodere ampie fette dell’immaginario cattolico. In questo confronto titanico Berlusconi è uscito ampiamente vincitore: nessuno come lui ha inferto un colpo quasi mortale al pacchetto valoriale che tiene insieme l’ecumene cattolica. Che poi abbia perorato la causa della famiglia (sic!) o dei valori del cristianesimo, più che altro millantati dai suoi accoliti, non ha fatto che amplificare, attraverso contraddizioni elefantiache, lo strapotere schizofrenico di questo soggetto mistico.

Ma come ogni rivoluzione, essa era già presente in modo dissimulato nelle strutture esistenti, aspettando solo il detonatore che la faccia scoppiare. Da un altro punto di vista, Berlusconi è però stato un acuto e interessato continuatore del populismo cattolico e su più di un fronte. Quello principale è il rapporto conflittuale con le istituzioni fondate dalla democrazia: il capopopolo, infatti, invoca direttamente il potere dal popolo ma, al posto delle istituzioni, egli pone il suo corpo che diviene una sorta di amuleto sacro. Il modellino del Duomo di Milano scagliatogli contro è stato un grandissimo favore alla sua ascesa mitica e anti istituzionale. In questo ruolo di eroe ha fondato una legge a sé stante, in conflitto con le leggi istituite. Ora questo è il punto fondamentale del suo consenso: aver fatto intravedere al popolo che può prosperare al di là della legge e che la legge è un ostacolo alla vita.

Il vitalismo e la forza messianica di Berlusconi hanno lavorato su questo registro. Ma perché gli italiani sono entrati in risonanza con una cosa del genere? È qui che la cultura cattolica ha la sua parte: essa ha instillato una sfiducia di principio nella legge umana, perché l’unica che conta è quella di Dio. Per questo la legge in Italia non è sacra e gli italiani sono ciclicamente esposti a restaurazioni teocratiche il cui modello tutt’ora vigente è il Vaticano. Basta vedere come la Chiesa non abbia mai istituito una commissione terza per i fatti di pedofilia. È solo un esempio, ma che mostra il principio che i panni sporchi si lavano in casa! Aveva ragione Pasolini: il potere al suo interno è anarchico e in questo senso Berlusconi ha soddisfatto le più improbabili aspettative.

Il berlusconismo rappresenta un moto retrogrado rispetto alla principale conquista di civiltà dell’Europa: la separazione dei poteri istituzionali. Da questo punto di vista egli è stato un soggetto eversivo, un faraone a capo di uno stato teocratico, cioè di una tirannide che si è retta sull’evitamento del conflitto di interessi. Mi sembra che sia questa l’eredità che Meloni riceve e può prenderla perché si trova in perfetta continuità con essa. E sulla linea di questa continuità non si salva quasi nessuno, cosa che spiega la santificazione generale del defunto.

Credo che quello che ci aspetta non sarà altro che il volto nascosto del berlusconismo, un volto che, accanto all’azione corruttrice dei costumi e delle istituzioni, qua e là già si faceva sentire, un volto violento e illiberale quale in realtà è sempre stato.

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