Era una festa privata in casa sua e ci fu chi (con un gesto non certo amicale) postò immagini e video dell’allora premier finlandese Sanna Marin mentre ballava e beveva. Insomma, era casa sua, si potrebbe chiosare, però si trattava di una figura apicale dello stato, e quel comportamento che avrebbe dovuto rimanere privato diventò invece di dominio pubblico. Ci fu chi avanzò l’ipotesi che, oltre all’alcool, fossero circolate altre sostanze: senza farsi pregare la giovane politica si scusò per l’esuberanza, la non accortezza e fece prontamente un test antidroga, risultato negativo, che mostrò al paese.

Si disse, lo scorso anno, che ci fosse una campagna contro di lei, perché giovane, donna e di sinistra, in un paese del nord Europa dove il pettegolezzo e la morbosa curiosità sulla vita privata di chi ricopre cariche pubbliche è minima rispetto a quello che succede qui da noi al sud, in Italia.

Già, l’Italia: da qualche giorno qui tengono banco due episodi che intrecciano il privato con il politico, riducendo l’importanza di temi come il diritto alla riservatezza, il diritto all’informazione, la separazione (e l’intreccio) tra i due aspetti alla stregua del tifo da stadio.

La prima è la stucchevole vicenda delle foto (non autorizzate) della compagna della segretaria del Pd, che purtroppo subisce la legge mediatica (non scritta ma ferrea) sulla necessità pruriginosa di esporre il privato di chi fa politica nella sempiternamente accesa piazza virtuale, dove viviamo più che tra le reali mura di casa. Se convivi con una politica non puoi nasconderti, è stato scritto da molti giornali (ed è il commento di gran parte dell’opinione pubblica): cosa ti aspetti nell’epoca (ossessiva e ferocemente dittatoriale) dei contenuti social?

La seconda, più inquietante dal mio punto di vista rispetto alla convivenza tra donne e uomini nella sfera politica e in quella pubblica, è quella del test di accertamento di paternità, a pochi mesi dalla nascita di suo figlio, reso pubblico a mezzo stampa da Rachele Silvestri, deputata di FdI. Eletta nel 2018 nel Movimento 5 Stelle che lasciò un anno dopo passando poi al partito della futura premier, Silvestri ha chiesto al Corriere della Sera di pubblicare una sua dura lettera, nella quale dà notizia che il bambino da poco partorito è figlio del suo compagno, certificandolo con un esame di paternità.

Il che ha dell’incredibile: non solo perché assevera l’adagio patriarcale mater semper certa, pater incertus, con il quale spesso si giustifica il sospetto che le fedifraghe attribuiscano paternità fasulle agli ignari ingannati, ma anche perché la necessità di certificare pubblicamente la paternità da parte di una madre ha come movente, nei rari casi in cui avviene, la rivendicazione della responsabilità del padre a prenderne atto e contribuire. In questo caso invece dietro a questa decisione c’è altro.

Nel racconto via stampa la deputata spiega che l’accertamento e la notifica pubblica della paternità di suo figlio si è resa indispensabile in seguito alle insistenti illazioni, diventate insostenibili, di una sua relazione con un potente esponente di FdI, che non solo sarebbe il vero padre del bambino ma anche il ‘padrino’ della sua elezione in Parlamento.

Non solamente, dunque, lei sarebbe la ‘solita raccomandata’ giovane protetta dal maschio politico dominante, ma i suoi conseguenti favori avrebbero dato come esito un figlio. Una narrazione tossica che mai si volge al maschile: se lo si prova a fare il capovolgimento di sesso non avrà i connotati del dileggio, dell’umiliazione, della diminuzione. Se un uomo fa il test di paternità è un uomo che cerca giustizia e verità, non riabilitazione del suo nome, e non avrà ombre residue sulla sua rispettabilità, quale che sia il risultato.

Silvestri conclude così la lettera: ”Ho scelto di rendere pubblica questa storia per tutelare mio figlio e Fabio, legittimo papà e mio amato compagno. Il mio augurio è che nessuno sia indulgente con l’autore della calunnia e con chi contribuisce a diffonderla: non siate neutri, abbiate il coraggio di spezzare la catena dell’indifferenza”. La politica, che la deputata nella lettera dice non c’entri nella vicenda (politica intesa come differenza tra destra e sinistra, presumo) a mio avviso invece è fortemente implicata: una ’polis’ ancora così iniqua e degradante nei confronti dell’attendibilità privata e pubblica delle donne getta ombre preoccupanti sulla democrazia.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

“Ogni due minuti nel mondo muore una donna per cause legate alla gravidanza. Il 45% degli aborti praticati non sono sicuri”

next
Articolo Successivo

Il Venerdì Santo a Bisceglie dietro alla croce di Cutro: per Kalusha ‘il mare è tutta una vita’

next