Gli scomparsi della guerra di fine millennio alimentano le tensioni tra albanesi e serbi del Kosovo, tornate al centro dell’attenzione internazionale negli ultimi mesi. Una riconciliazione difficile, da mettere in atto senza che i rispettivi gruppi etnici possano aver potuto mettere la parola fine sulle procedure di sepoltura delle vittime. Il tutto all’interno di uno scenario di forte ostilità, soprattutto nella zona settentrionale del piccolo Paese, al confine con la Serbia. Dalla disputa sulle targhe alle dimissioni in blocco di tutti i funzionari serbi del settore giudiziario e della polizia, fino alle barricate di poche settimane fa. Nei Balcani torna dunque a salire la febbre e quanto sta accadendo non può non essere messo in relazione, a livello geopolitico, alla crisi bellica tra Russia e Ucraina.

Il piccolo stato (1,8 milioni di abitanti) sospeso tra Serbia e Albania, le due etnie principali, rischia di rifare i conti col passato a venti giorni dalla celebrazione del 15esimo anniversario della sua indipendenza. Intanto deve risolvere gli orrori dell’eredità bellica del conflitto tra il febbraio 1998 e il giugno 1999. A pochi mesi dalla fine del mandato biennale, Eulex–European Union Rule of Law Mission, la missione civile dell’Unione europea che si occupa dello Stato di diritto e degli aspetti giudiziari e di polizia in Kosovo, ha aggiornato i numeri legati alle riesumazioni di cadaveri nelle fosse comuni. Nonostante il conflitto durato 18 mesi sia ufficialmente terminato nell’estate del 1999, dopo aver provocato la morte di circa 13mila persone e oltre 1 milione di profughi e sfollati, all’appello manca ancora più di un decimo delle vittime: “La statistica ufficiale aggiornata in questo momento ci dice che sono 1.621 le persone, o meglio i corpi ancora da ritrovare sul terreno e a cui dare un nome e una sepoltura. L’etnia dei morti? Noi non facciamo alcuna distinzione, i dati sulle loro appartenenze di gruppo sono protetti da segreto, non siamo in Kosovo per creare ulteriore tensione tra le due parti”. Così Ioanna Lachana, portavoce di Eulex in Kosovo che fornisce a Ilfattoquotidiano.it i dati dell’attività forense svolta nel corso del 2022.

Al netto del bilancio delle vittime che pende in maniera determinate dalla parte albanese, dai risultati emerge l’enorme difficoltà con cui l’organizzazione internazionale cerca di fare progressi, difficoltà che col passare degli anni diventerà un ostacolo insormontabile: “Lo scorso anno Eulex ha effettuato 42 field operations (operazioni sul campo, ndr) che hanno portato a 16 esumazioni e 6 identificazioni – spiega Lachana – Tra queste ci sono una persona considerata scomparsa, tre individui che non erano nella lista degli scomparsi ed erano erroneamente stati identificati attraverso metodi tradizionali, dunque non con l’esame del Dna, e due di cui si attende la conferma attraverso documenti di identificazione. Più passa il tempo e meno ci sono possibilità di ritrovare testimoni in grado di aiutarci sulle identificazioni delle persone scomparse. Dall’inizio del nostro mandato (nel 2008) abbiamo intrecciato contatti diretti con tutte le famiglie degli scomparsi, ma il compito si fa sempre più complesso. Le oltre 700 operazioni forensi complessivamente effettuate sul terreno ci hanno consentito di identificare 330 corpi, tanti altri sono stati riesumati e si trovano nell’obitorio dell’ospedale di Pristina, ma non è stato possibile attribuire loro un’identità certa. Parliamo di cadaveri ridotti in pessime condizioni, riconoscibili soltanto attraverso il test del Dna, col supporto dei familiari diretti e, appunto, dei testimoni. Mano a mano che questi ultimi vengono meno il lavoro si fa in salita”.

Di fatto la notizia è che più del 10% delle vittime causate dal conflitto in Kosovo, terminato con i bombardamenti della Nato l’11 giugno 1999, non è stato ritrovato. In proporzione, rispetto al ben più sanguinoso conflitto balcanico tra il 1992-1995 in Croazia e Bosnia, una percentuale molto alta: “Una spiegazione c’è – aggiunge la Portavoce di Eulex – Sul suolo bosniaco le immagini aeree e satellitari hanno consentito di individuare con una certa facilità il grosso delle fosse comuni scavate. In Kosovo tutto ciò non è stato possibile. Chi ha perpetrato i crimini di guerra e poi ha seppellito i cadaveri lo ha fatto con l’obiettivo di rendere difficile il ritrovamento dei corpi. Una buona parte delle vittime è stata sepolta nei cimiteri, rendendo praticamente impossibile individuarli. Bisognerebbe scavare su terreni già dissodati senza avere alcuna certezza di trovare i corpi delle vittime che stiamo cercando. Ecco perché il sempre minor affidamento che possiamo trarre dai testimoni degli eccidi renderà più difficile assolvere alla nostra missione”.

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