Nel percorso che va dal concepimento al parto e al post partum, ci sono tre fasi che la donna (italiana) vive. La prima è la gravidanza, che se non presenta complicanze di tipo fisico o anche psicologico (esiste anche la depressione in gravidanza e può essere molto grave) può svolgersi in relativa tranquillità. Dico relativa, perché comunque in genere la donna resta sola, visto che il compagno o marito lavora, va ai controlli spesso sola, si trova con molto tempo libero non sempre da difficile da gestire e alle prese con fantasmi e paure varie. I corsi pre-parto, purtroppo, da noi servono a poco o nulla. Si tratta di informazioni abbastanza banali, che riguardano spesso e volentieri aspetti accessori – tipo il massaggio ai neonati – e non preparano la donna né a quello che dovrà davvero affrontare – dolore, scelte complicate, e un fatica senza pari – né aspetti pratici e concreti, come la burocrazia, dove poter affittare bilance e tiralatte, a quali sussidi si può accedere, informazioni sugli asili e così via.

Travaglio e parto, tra dolore e rimproveri

La seconda fase è quella del travaglio e del parto che nulla ha a che fare con quella successiva, ovvero il ricovero in reparto. In questi luoghi possono accadere cose molto dolorose, travagli indotti con l’ossitocina, rottura artificiale delle membrane, manovra di Kristeller sulla pancia se il bambino fatica ad uscire, utilizzo di ventose sempre per far uscire il bambino, episiotomia, ovvero l’incisione del perineo per allargare l’orifizio vaginale. Tutto questo può durare tantissime ore, nel caso del primo parto anche più di un giorno. Non si può bere né mangiare durante il travaglio, il che significa che la stanchezza della donna aumenta mano mano che si va verso la fase più faticosa e anche rischiosa, ovvero il parto. Nel mio caso, ad esempio, per il primo figlio feci tutta la trafila, dall’induzione del parto con prostaglandine prima, poi ossitocina, poi rottura membrane, poi manovre di Kristeller, poi uso della ventosa, poi episiotomia. Nonostante l’epidurale fu tutto dolorosissimo, ma avevo scelto quell’ospedale perché conoscevo il loro protocollo e perché si trattava di un ospedale con più di mille parti all’anno, dunque relativamente sicuro.

Non posso dire di aver subito violenza ostetrica, ma sono certa che tutto quello che ho vissuto, se fatto da mani meno esperte, con protocolli poco chiari, in cliniche private con pochi parti all’anno, potrebbe portare come minimo al cesareo imposto (nel mio caso sarebbe stato certo, mio figlio era molto grosso, pesava quattro chili e sei), oppure anche a esiti peggiori. Ma spesso le donne non sono informate e preferiscono l’ospedale sotto casa, insicuro, a quello lontano ma più sicuro.

Il Covid ha reso le donne ancora più sole

Su quello che accade nelle sale travaglio e nelle sale parto bisognerebbe dunque fare luce, per distinguere ciò che è necessario all’interno di un parto che resta comunque medicalizzato e ciò che non lo è. Una fase in cui comunque le donne soffrono tantissimo e hanno bisogno di essere supportate in ogni minuto e anche ascoltate soprattutto se provano dolore e chiedono l’epidurale, quando invece vengono sgridate perché non capaci di sopportare tutto ciò che stanno subendo, quando poi ciascuna ha una soglia del dolore diversa. Personalmente ho potuto prendere una ostetrica in più a pagamento ed è stata fondamentale perché, soprattutto, mi avvisava di cosa stava succedendo, di cosa mi avrebbero fatto, oltre a essere presente nel momento del parto.

Purtroppo il Covid ha reso le donne ancora più sole nel travaglio e nel parto. Anzi, non tanto il Covid, ma protocolli che a volte sono stati imposti dagli ospedali arbitrariamente, visto che, ad esempio, la presenza del padre in sala parto è un diritto che è rimasto anche durante il Covid, ma non tutti lo hanno rispettato, come alcune associazioni hanno denunciato. Le conseguenze di questa ulteriore solitudine sulle donne sono state e sono incalcolabili.

Rumore, pianti e troppe difficoltà: il reparto

E poi c’è la terza fase, il ricovero in reparto. Se cose sbagliate e scioccanti possono avvenire in sala parto – e per questo le donne devono essere molto attente a scegliere – quello che avviene nei reparti a volte ha dell’indicibile. Dopo il parto si viene letteralmente scaraventate dentro una stanza, spesso con altre degenti e altri bambini. Durante i due o tre giorni di permanenza le degenti e i bambini cambiano, a volte arrivano anche durante la notte. Tantissime madri piangono per il dolore, piangono i bambini. Alcune madri, ricordo, si disperavano perché non c’erano abbastanza tiralatte nell’ospedale, ma i bambini avevano l’ittero ed erano stati portati via. Per chi ha partorito il problema vero era alzarsi e camminare, oppure sedersi, che sia cesareo o no, così come le perdite di sangue abbondantissime. Farsi una doccia era impossibile, dormire anche.

Nel mio caso non c’era rooming in, la prima notte fu dura perché dopo nove mesi di pancia non sei abituata a stare senza. Mi ero portata una pecora di peluche da abbracciare, ma le infermiere – che ti danno del tu e ti chiamano “mamma”, appellativo che durerà ancora negli anni ad ogni visita medica – mi avevano affibbiato l’appellativo di “La pazza”, perché facevo troppe domande, perché mi ero portata il peluche, perché non capivo le cose che accadevano nel reparto: la sveglia alle cinque con la messa, in un ospedale pubblico, la pulizia della mattina alle dieci con l’obbligo di stare sopra il letto immobile senza scendere mentre pulivano, ma soprattutto l’incubo dell’allattamento. Ti viene detto frettolosamente di attaccarlo subito, se sei fortunata ad un certo punto, magari dopo ore e ore, arriva un’infermiera che ti spiega qualcosa in pochi minuti.

Il reparto è un continuo di luci accese, rumori, pianti notte e giorno, donne che gridano, richieste di aiuto. E’ impossibile rilassarsi, impossibile avere intimità. L’unica cosa che vorresti è andare a casa. E così quando sono andata a casa, con il mio cuscino speciale per sedermi che ho dovuto usare per un bel po’, mi sono potuta riposare. Ma l’attaccamento al seno era partito male, così mi è venuta una mastite, oltre quaranta di febbre. Ho chiamato una ostetrica privata che manualmente è riuscita a svuotarmi il seno dall’ingorgo che provocava febbre. L’ho pagata, ricordo, per farla stare la notte, perché non dormivo da giorni. Mi ha aiutato a fare cose banali, tra cui, per dire, riuscire ad andare in bagno, perché dopo il parto è complicatissimo per il dolore e moltissime madri soffrono di stitichezza cronica.

Io, l’aiuto, me lo sono potuto pagare. In sala parto, ma soprattutto dopo, per ovviare agli errori e alla disattenzioni del reparto (e per non stare sola, con tutte le conseguenze devastanti del caso). Reparto in cui la scortesia, la brutalità talvolta erano veramente totali e se a me non hanno ferito perché ho forse più strumenti per capire, per tante altre madri era sconvolgente.

Partorire e allattare non è (sempre) naturale

Il problema qual è? Che di fronte a tutto ciò, molte madri sono spinte ad andare dall’altro versante, quello del parto in casa, del no all’epidurale e no al cesareo. Un filone in costante crescita e che i maltrattamenti in ospedale vanno ad ingrossare sempre di più. Molto spesso le ostetriche che fanno parti in casa sono persone che sanno ascoltare le donne, capirle, sostenerle. E nella mia seconda gravidanza pensavo che questo potesse essere per me una soluzione diversa, più dolce, meno scioccante. Mi sono fidata ma paradossalmente, anche se non posso raccontare più di tanto, mi sono trovata comunque in difficoltà anche maggiori. Perché durante la gravidanza mi sono ammalata gravemente, ma l’ostetrica “naturalista” che mi seguiva non era in grado di capire che forse avevo bisogno di un cesareo e non di un parto naturale a tutti i costi, che comunque era necessario un ricovero in ospedale.

Alla fine, per fortuna devo dire, sono finita nello stesso ospedale del primo, questa volta con una stanza a parte, perché appunto malata e perché non volevo vivere l’esperienza passata. Ma questo non mi ha risparmiato, di nuovo, la brutalità di certi atteggiamenti delle infermiere. Né, una cosa che trovo veramente sconvolgente nella sua semplice assurdità, che qualcuno mi portasse qualcosa da mangiare: ero entrata in ospedale alle quattro di notte e partorito alle undici di sera. Le donne non partoriscono a mezzogiorno oppure alle sette e basta eppure negli ospedali ancora se si partorisce fuori orario (!) non hai da mangiare e il bar è chiuso. Mia madre, ricordo, andò a comprarmi un pezzo di pizza fuori.

Il fatto è che il parto non è un evento naturale, né lo è allattare. A dispetto dei racconti bucolici di alcune, per la maggioranza si tratta di passare un lungo girone di sofferenze e trattamenti dolorosi, non sempre spiegati, non sempre richiesti. Il parto medicalizzato è un problema e ha molti limiti, ma se effettuato con protocolli intelligenti ed esperienza può dare sicurezza e al tempo stesso garantire un parto relativamente naturale o per meglio dire vaginale. Ma quanti sono gli ospedali piccoli e sparsi nel nostro paese insicuri da questo punto di vista? La mancata assistenza dopo è un vero crimine, tanto più che oggi spesso si sta in ospedale 48 ore, dove si potrebbe fare tantissimo per sostenere la donna e aiutarla. Il rooming in è nato come tentativo di “umanizzare” l’ospedale, ma se non è associato a controllo costante può essere un rischio. E no, non basta far firmare un modulo, e informare frettolosamente chi è distrutta dalla fatica, del rischio che corre.

Il corpo delle donne calpestato dalle istituzioni

Ma il punto è soprattutto uno: la violenza sulle donne, anche quando è istituzionale, non desta scandalo. Perché ancora esiste una misoginia profonda che pervade anche i luoghi pubblici. E soprattutto i reparti maternità, luoghi in cui ancora risuona il partorirai con dolore (e solitudine), ma con prescrizioni nuove, come allattare a richieste dodici volte al giorno, cambiare il bambino in ospedale, tenerlo vicino perché si crei legame. Legame che si può tranquillamente creare più intensamente qualche ora dopo. Dopo che la madre ha dormito, almeno.
Il corpo delle donne vale davvero poco. Può essere oggetto di violenza. Soprattutto non è mai oggetto di rispetto. Il corpo della donna è diverso da quello dell’uomo e questo non c’entra nulla con la fondamentale parità. E’ diverso e questo vuol dire che sì, è giusto che ci sia almeno un giorno di riposo per il ciclo.

E’ giusto che in gravidanza ci si possa riposare, non fare le inviate di guerra, oggi che poi mettiamo al mondo un figlio solo o due. E’ giusto che si riceva la giusta assistenza nel parto e dopo. Dico corpo per dire, ovviamente, tutta la donna. Alla quale oggi si chiede di lavorare come se fosse un uomo, ma di fare figli e partorire come se fosse una donna. Di fare performance estreme sul fronte pubblico ma anche essere capaci di curare al massimo nel privato. Una missione impossibile. O possibile a prezzo di stanchezza, ansia, depressione, dolore. E anche, direi, parecchia infelicità.

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