di Michele Sanflippo

I cambiamenti climatici stanno trasformando in modo drammatico la nostra vita. Non nevica, non piove e, quando lo fa, tutto avviene con una violenza a cui non siamo abituati e che devasta il territorio. Agricoltura e turismo sono le prime vittime di questi eventi, ma non è difficile immaginare che immediatamente dopo arriveranno crisi alimentare e disoccupazione.

Ormai, in quasi tutto il mondo accademico, è consolidata la convinzione che il maggior responsabile di questo problema, che è planetario, sia l’azione dell’uomo e in particolare l’uso smodato di fonti energetiche di origine fossili. A chi avesse ancora dei dubbi consiglio la lettura del libro di Nicola Armaroli, Un mondo in crisi.

La guerra in Ucraina, con la conseguente penuria di gas, ha reso il problema, almeno per l’Europa e per l’Italia in particolare, ancora più urgente e lacerante. Questa crisi avrebbe potuto essere una grande opportunità per mettere a punto un programma per rendere autonomo, dal punto di vista energetico, il paese – ma con modi coerenti con l’esigenza di riduzione l’emissione di anidride carbonica e di polveri sottili.

Di fronte a crisi di tale portata, la priorità di un governo dovrebbe essere riconoscere il problema e darsi delle soluzioni strategiche per minimizzarlo, se non rimuoverlo del tutto. Tra le due fasi introdurre delle soluzioni tattiche, possibilmente coerenti con la visione di lungo termine, per tamponare gli effetti più gravi.

Ora, né il governo Draghi né quello Meloni sembrano aver preso coscienza del problema principale (il cambiamento climatico), né dato un segno di voler mettere a punto un piano di lungo termine per l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Il solo problema per cui entrambi hanno dato prova di grande solerzia è stata la penuria di gas, effetto della guerra in Ucraina.

Certo sarebbe stato criminale non occuparsene dato che c’era un inverno alle porte, ma pensare solo a nuovi approvvigionamenti di gas equivale a spazzare la polvere sotto il tappeto. Primo perché comunque l’uso del gas accentua i già gravi problemi climatici e secondo perché anche questo gas prima o poi finirà.

Possiamo stupirci che le cose siano andate così? Certo che no.

Ricordiamo tutti che durante gli ultimi scampoli del governo Draghi avevamo ammirato il prode Roberto Cingolani (che, non per caso, oggi lavora come consulente per l’attuale ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) che, con la sua proverbiale lungimiranza, insieme con Paolo Scaroni e Luigi Di Maio faceva affari con chiunque potesse fornire gas in alternativa a quello russo. Giorgia Meloni è appena andata in Algeria a consolidare quel progetto proponendo l’Italia come hub principale in Europa del gas algerino appunto.

Tutto viene ridotto a mero affare senza un minimo di sguardo al futuro. Di ricorso alle fonti energetiche rinnovabili neanche a parlarne. Non sia mai che si tolga la gallina delle uova d’oro dalle mani di chi governa.

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