di Giorgia Ceccarelli*

Con il voto di giovedì 1 dicembre, nell’ambito della riunione del Consiglio Competitività, i governi della Ue hanno ufficializzato il loro obiettivo di voler affossare un progetto di legge fondamentale: la direttiva sulla “due diligence delle imprese in materia di sostenibilità” che potrebbe prevenire danni gravissimi come il lavoro forzato, l’accaparramento di terre o gli sversamenti di petrolio e risarcire le vittime di abusi aziendali.

Per capire la portata di questa grave battuta d’arresto è necessario un breve riepilogo del processo in corso. Il 23 febbraio scorso, dopo anni di denunce da parte di ong e sindacati, la Commissione europea presentava finalmente una proposta di direttiva per rendere le imprese che operano nel vecchio continente legalmente responsabili del loro impatto sulle persone e sul pianeta e per garantire accesso alla giustizia alle vittime di abusi.

La norma definita di “due diligence”, ossia di “diligenza dovuta”, ha infatti l’obiettivo di imporre a tutte le aziende – dai giganti dei combustibili fossili e dell’agro-business, a quelli della moda e dell’hi-tech – di dotarsi di politiche e comportamenti efficaci nel garantire che i diritti umani e l’ambiente non siano violati, né dalle operazioni da loro direttamente intraprese, né all’interno delle filiere, di cui si avvalgono a livello globale.

Il testo proposto dalla Commissione, frutto di mesi di negoziati e di tentativi di boicottaggio da parte delle lobby industriali e finanziarie più conservatrici, non era certamente perfetto e pur presentando alcune criticità che lo allontanavano dalla legge rivoluzionaria, che tutti ci aspettavamo, rappresentava certamente una svolta significativa per contribuire al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente nel mondo.

Nove mesi dopo lo “stop” voluto da Francia, Germania, Italia e Spagna

A distanza di nove mesi – con il processo di valutazione della proposta avviato in parallelo dal Parlamento europeo e dal Consiglio – sembra però che quelle stesse lobby conservatrici siano tornate a battere forte alle porte dei Ministeri dell’economia, delle attività produttive e delle finanze.

Solo così si può spiegare il voto di giovedì scorso con cui il Consiglio europeo ha adottato a maggioranza – e sotto spinte più o meno palesi di Francia, Germania, Italia e Spagna – la sua posizione negoziale (“orientamento generale”) sulla direttiva: un testo pessimo che rischia di vanificare tutti gli sforzi finora fatti per normare in modo efficace la condotta delle imprese verso i milioni di uomini e donne che in tutto il mondo lavorano in condizioni disumane per permettere loro di realizzare ingenti profitti e verso le comunità che abitano luoghi depredati e inquinati dai loro business.

La conseguenza di questo voto è un testo di legge ulteriormente indebolito rispetto alla proposta della Commissione che rischia di restare lettera morta viste le ennesime scappatoie introdotte dal Consiglio dei Ministri Ue per esentare le aziende dagli obblighi previsti.

Nessun aiuto concreto alle vittime di abusi da parte delle imprese

Sul tema dell’accesso alla giustizia – oggi precluso da un sistema di regole che nella maggior parte dei casi nega la giurisdizione dei tribunali europei o rende titanico lo sforzo, anche economico, di promuovere una causa civile – la posizione del Consiglio non offre quindi alcun supporto concreto alle vittime di abusi che abbiano elementi per denunciare le imprese e chiedere loro un equo risarcimento. Nel migliore dei casi, gli Stati membri sembrano ignorare le persone e le comunità che ne subiscono gli effetti. Nel peggiore stanno cercando di rendere loro ancora più difficile la strada per un equo processo.

Anche qualora le vittime riuscissero ad intentare una causa contro un’azienda, infatti, il tentativo potrebbe essere vano perché i governi hanno spinto per restringere al minimo il campo di applicazione della direttiva. Il settore finanziario, ad esempio, potrà continuare a finanziare grandi opere infrastrutturali nocive per i popoli indigeni e l’ambiente senza essere ritenuto responsabile. Secondo il testo approvato spetterà a ciascun paese europeo scegliere se includere le banche e altri attori finanziari nel perimetro della legge. Con buona pace della narrativa dominante che vede nella finanza sostenibile la più grande leva di cambiamento verso la corporate sustainability.

La crisi climatica ancora una volta messa in secondo piano

Sugli obblighi di “due diligence climatica” – capitolo su cui la proposta della Commissione era già molto debole prevedendo solo un obbligo vagamente formulato per le aziende di adottare un piano di riduzioni delle emissioni in linea con l’obiettivo di 1,5°C dell’Accordo di Parigi – il Consiglio ha dimostrato la consueta miopia ritenendo l’attuale crisi climatica un problema secondario, invece che la più grande sfida dei nostri tempi.

Tuttavia la partita non è finita. Deve ancora esprimersi infatti il Parlamento europeo e, nonostante le lobby conservatrici ora si scateneranno su questo fronte, il gruppo dei relatori delle varie Commissioni, capitanati dall’ottima Lara Wolters (eurodeputata olandese del gruppo socialdemocratico), esprimono tutt’altra visione.

Un’occasione da non perdere per centrare gli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile

Come Oxfam Italia assieme alla campagna “Impresa 2030 – Diamoci una regolata”– promossa da un network di undici organizzazioni che da tempo si battono in Italia sul tema -manterremo alta la pressione affinché non si perda un’occasione storica per mettere l’economia al servizio del progresso umano e della tutela dell’ambiente.

È un’occasione imperdibile per rivoluzionare i modi in cui si pensa e si fa impresa e per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e degli Accordi di Parigi sul clima. E noi vogliamo lottare fino in fondo per realizzarla.

*policy advisor su diritti umani e imprese

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