25 novembre, la violenza che non si vede: quell’insopprimibile istinto di ridimensionare la donna per esercitare un potere che non si ha (più). Ai politici e alle famiglie il compito di istruire l’uomo

“Non ero bellissima, ma stavo bene con me stessa. Fino a quel giorno”. E’ la frase, la prima, che mi arriva addosso appena sveglia, mentre le immagini del video che racconta il dramma di Filomena Lamberti, mi scorrono davanti. Salva per miracolo dopo che l’ex marito le ha versato addosso un’intera bottiglia di acido solforico sorprendendola indifesa, durante il sonno, Filomena racconta il suo dramma in prima persona in un video e sintetizza riportando su di sé un reato che è quello della cancellazione dell’identità. Un capo d’accusa che – rispetto al 2012, anno in cui la vittima fu lei – ci sarebbero voluti anni e altre tragedie per conoscere, riconoscere, punire, additare come odioso. La sua, come quella di molte altre donne sarebbe rimasta per almeno tre anni una tragedia senza eco, senza megafono, senza sfogo se non quello di chi sapeva: allora non esisteva ancora il bombing mediatico e informativo sul tema, la parola femminicidio era di là dal venire, il retropensiero di una violenza tutto sommato privata era ancora strisciante e perverso.

Oggi, all’indomani dell’istituzione, per la prima volta, di una commissione bicamerale di inchiesta sulla violenza contro le donne che ha stentato a prendere piede ma alla fine forse chissà, c’è la speranza che sia lontana anni luce la scena – purtroppo non fantasiosa – di un uomo, peraltro un marito, che dopo aver sfregiato irrimediabilmente Filomena patteggiava la sua pena mentre lei ancora lottava in ospedale tra la vita e la morte.

Evoluzioni, si dirà. Anche.

Ma per il momento ancora fatti di cui evidentemente siamo dovuti arrivare ad essere saturi per far sì che una svolta potesse esserci. Siamo dovuti arrivare a contare le vittime di una guerra, che è culturale e familiare e che nel 79% dei casi parte da dentro le quattro mura di un ring che si chiama casa. Eppure una via, parallela a quella della politica, più ficcante e decisa perché quotidiana e costante, ci sarebbe e c’è per scardinare la mentalità della violenza. Che non è solo quella genericamente macha della violenza fisica, né quella maschilista della prevaricazione verbale, ma è quella delle stilettate lessicali, dei piccoli soprusi mai gratuiti, delle intenzionali affermazioni volte ad a livellare l’autostima di chi si ha accanto. E’ l’intenzione di annientare la persona che si ha accanto in modo da assumere, ai suoi occhi e fuori di casa, un potere che non si ha.

La via è quella di individuare da lontano i segni di un pericolo che non arriva mai di colpo o inaspettatamente. Antenne dritte dunque quando arrivano alle orecchie parole che stridono e di fronte alle quali si ha la necessità di comprenderne il senso: le parole sane non sono un suono anomalo, un’offesa avvertita, un insulto velato. Allerta di fronte allo stupore per un atteggiamento che non si riconosce come normale, quasi una gamba che prende a calci il proprio corpo. Massimo sospetto quando un compagno o un marito adotta una battuta svilente sulle amicizie, sugli interessi, sul lavoro della donna che gli vive accanto: è quella l’anticamera di un odio malcelato, di una competizione che non si sa gestire ma che cova, silenziosa, come brace dura a sopirsi. Quel suono, che arriva stonato e senza armonia è in realtà un campanello d’allarme che non va ignorato. Perché non solo sembra ma è una prepotenza sottile e calcolata, è l’arma affilata – ritenuta raffinata – che sostituisce lo schiaffo laddove il narcisismo e le categorie culturali impediscono l’azione fisica perché recriminabile, visibile, biasimevole. È l’altra violenza: quella che mette in campo comportamenti che tendono a ridimensionare la donna che si ha accanto. E’ la violenza fatta di soprusi quotidiani, di stilettate verbali; di battute con le quali si vuole svilire e denigrare chi si ha accanto, in modo da risultare in una posizione più alta.

La violenza, ormai inflazionata nella sua definizione, cambia le sue forme, si modifica con i tempi e con le innovazioni. Quello che i politici a lavoro dovranno fare, di pari passo con le tante affaticatissime e operose associazioni che lottano contro la violenza di genere, è prestare occhio e orecchio a questi allarmi sottili figli dei cambiamenti sociali. Gli uomini vanno istruiti a comprendere che le donne possono avere – dentro e fuori casa – un ruolo pari al loro o addirittura superiore. La rabbia repressa per un valore che non si riconosce è la radice sulla quale si impianta l’albero del rancore.

Poiché, si spera, molte altre Samantha Cristoforetti ci saranno da qui al futuro, altre donne con ruoli apicali in politica vedremo avvicendarsi, altre, tante signore soddisfatte del proprio ruolo e felici del proprio lavoro questa società dovrà partorire e far crescere, parallelamente ci sarà l’obbligo di attrezzarsi per accudire una compagine maschile non avvezza a questo scenario. E allora, onde evitare una nuova guerra di nervi e di tensioni che sfocerà in un’altra forma di odio, l’invidia, la politica e le scuole studino il modo di aiutare bambini, adolescenti, ragazzi. Piccoli uomini crescono non deve essere più solo un titolo. Le famiglie in primis hanno questo compito.

Questa via, che è quella della vera emancipazione, ce l’abbiamo davanti tutti ma dobbiamo educarci a individuarla. Devono scorgerla e analizzarla ambo i sessi ma devono indirizzarla le classi dirigenti: mettere a fuoco da lontano un allarme rosso che è figlio dei tempi e che, piaccia o no, deve avere il suo punto di arrivo nel riconoscimento economico. Elemento indispensabile per chiunque per poter dire: me ne vado (perché me ne posso andare).

Soprattutto devono avere chiaro davanti questo sentiero le giovani generazioni, e torniamo alle famiglie. Di fronte a un compito ben fatto o a un risultato ottimo di una coetanea, meglio chiederle: come hai fatto, quanta fatica ti è costata? Piuttosto che sottecchi gettare là una battutina che ridimensiona l’impegno e il valore. Una stilettata velenosa è invidia, il peggiore tra gli acidi che corrodono.

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