Un triangolo di affettività e passione impossibili che finisce in oscura solitudine e sentimenti infranti. C’è da lustrarsi gli occhi di fronte all’austero, tesissimo melodramma di Claire Denis, Incroci sentimentali, uscito nelle sale italiane in 24 copie con Europictures. Uno di quei lavori che possono essere usati retoricamente per dire che “in Italia certi film non si riescono a fare”. Introdotto da un intermezzo romantico di vacanza al mare dove la coppia attorno ai sessanta, Sara (Juliette Binoche) e Jean (Vincent Lindon), si abbracciano, si toccano, si sfiorano mentre fanno il bagno, il 15esimo lungometraggio della 76enne regista francese prende poi subito corpo, spirito, decolorazione grigio fosca, in un appartamento parigino con terrazzo medio borghese in cui la coppia rientra silente e ordinaria. Non si sorride praticamente mai in Incroci sentimentali, giusto qualche carezza, buffetto. La cifra caratteriale della coppia è il trattenere la radicalità delle emozioni. Simbolicamente ammutolite nello sbrodolare di mascherine antiCovid indossate dai protagonisti per tutto il film in strada e in occasioni sociali.

Nonostante la possibile agiatezza del luogo, nonostante la serenità d’animo apparente, Jean è uscito di prigione per un reato che non è dato sapere. Mentre Sara è un’affermata conduttrice radiofonica su temi politici perlopiù razziali (appare ospite anche l’ex calciatore Lilian Thuram che cita Frantz Fanon). Nulla di ciò che appartiene allo status della coppia protagonista viene esibito con provocazione e ostentazione. Nemmeno quando Jean, abituato ad usare la carta di credito della compagna, spesso inquadrato a rimettere il carrello della spesa attaccato agli altri nel parcheggio dell’ipermercato, tira e molla con un figlio grande avuto precedentemente e che abita con sua madre (Bulle Ogier), torna a lavorare come osservatore/procuratore di giovani giocatori di rugby fondando una società con l’ex di Sara, Francois (Gregoire Colin). È ora l’indecisione di Sara, nuovamente travolta dal sentimento per Francois, ma decisa a non mollare Jean, a diventare il refrain tormentato di un’indeterminazione dell’anima letteralmente insanabile. Denis governa nei minimi dettagli una tensione poetica e progettuale serissima, amalgamando con superba raffinatezza alcuni cruciali ingredienti d’atmosfera: i due-tre interni che diventano scenario fissato e impattante; la macchina da presa che cerca un invisibile stare addosso agli attori, prolungando le singole inquadrature senza stacchi per decine di secondi con uno o più protagonisti in lento movimento; il soundtrack dei Tindersticks che alimenta ciclicamente il presagio della crisi e del fallimento individuale. Infine va sottolineato come il tris d’attori in scena viva con incredibile compostezza il tumulto interiore, soprattutto la Binoche. Attenzione, non parliamo di un generica posa anni cinquanta, ma di un verismo stratificato sopraffino che si spoglia strato dopo strato di difese psicofisiche nello sguardo, sugli occhi, nel corpo tutto, culminando in una parabola drammatica prolungata, per nulla scena madre, ma dannatamente densa e ficcante. Infine c’è un discorso sul femminile che Denis innerva sottotraccia come architrave di senso, colpa e commiserazione, dove lo schema sociale di una certa obbedienza femminile, una specie di bovarismo, finisce per non essere ancora superato e metabolizzato nell’evo contemporaneo. Il titolo in italiano – Incroci sentimentali – è un po’ sgarbato rispetto all’originale Avec amour et acharnement. Orso d’oro per la miglior regia all’ultimo festival di Berlino per la Denis. Tratto dal romanzo Un tournant de la vie di Christine Angot.

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