di Mario Pomini*

La prima finanziaria di un nuovo Governo è particolarmente importante perché indica la direzione di marcia e le intenzioni future. La Premier Giorgia Meloni ha affermato che la sua finanziaria è trainata da due valori fondamentali: la crescita economica e la giustizia sociale. Quello della crescita economica è un obiettivo sempre annunciato in ogni finanziaria, e da ogni Governo, e quindi è quasi un orpello retorico. A dire il vero, grandi interventi per aumentare la produttività del sistema economico italiano in questa finanziaria non se ne vedono, a parte gli sconti energetici. Anzi, si va in direzione contraria visto il caotico stop al superbonus fiscale protagonista, alla grande, della recente ripresa economica italiana.

Intanto le previsioni danno una crescita dell’economia italiana per l’anno prossimo dello 0,3% contro il 3% e oltre dell’epoca Draghi, età dell’oro ormai. Quindi una crescita economica sostenuta per il 2023 è un’illusione, buona solo per le conferenze Rai.

Più interessante è invece il tema della giustizia sociale, caposaldo della visione della destra missina dalla quale la Premier discende. Qui la politica economica del governo può fare la differenza per il destino di milioni di persone. Per capire se siamo dentro il vortice demagogico che ancora risente dei postumi della campagna elettorale, oppure se c’è della sostanza, vediamo i punti principali della nuova finanziaria per il 2023.

Pensioni. Intanto, in premessa, osserviamo che il tanto sbandierato aumento delle pensioni minime a mille euro non c’è. E nemmeno ci poteva essere, con buona pace della destra che lo ripropone da almeno un decennio. Anzi si va nella direzione opposta ed è già stato preannunciato un taglio dell’adeguamento delle pensioni, quelle sopra i duemila euro lordi, che evidentemente la Premier considera la soglia della ricchezza per i pensionati. Non si capisce quale giustizia sociale ci sia a violare, nella sostanza modificandola, una legge dello Stato che prevedeva l’adeguamento automatico delle pensioni.

Ma ancora più assurdo è l’esito finale di questi risparmi. Caso più unico che raro, i tagli ai pensionati anziani andranno a finanziare l’ingresso anticipato nel paradiso pensionistico di Salvini di una certa quota di pensionandi anticipati. Si è creato ancora un ulteriore soglia per andare in pensione, quota 103, cosa che aumenta ancora di più la confusione del sistema.

Naturalmente questo ritocchino prepara la grande riforma pensionistica salviniana, che, c’è da scommetterci, non ci sarà mai ma è buona per portare voti in ogni campagna elettorale. Mettere pensionandi contro pensionati è nei fatti un insulto all’idea di una vera giustizia sociale.

Reddito di cittadinanza e flat tax. Sempre sul versante dell’equità sociale c’è da considerare un primo attacco al reddito di cittadinanza, con suo previsto ridimensionamento. La promessa abolizione si farà l’anno prossimo; oggi non si può fare per manifesta viltà o mancanza di coraggio. In effetti, ci vogliono nervi saldi per togliere 500 euro mensili a due milioni di persone.

Perché questo accanimento politico nei confronti di una misura che, pur con i suoi limiti, ha portato un sollievo economico a centinaia di migliaia di famiglie? Ragioni di integrità morale come vorrebbero i suoi detrattori? Non proprio. I soldi così risparmiati ora (1,5 miliardi) serviranno per finanziare non una ma ben tre flat tax. Stavolta a beneficiarne non saranno solo i professionisti benestanti con redditi elevati, ma anche gli altri autonomi per il reddito incrementale del triennio e i lavoratori dipendenti del privato con un alleggerimento fiscale del premio di produttività.

Naturalmente da questa grande cuccagna fiscale sono esclusi i dipendenti pubblici. Per loro niente paradiso fiscale, né piccolo e nemmeno grande, non lo meritano. Quindi si tolgono soldi ai percettori del reddito di cittadinanza per darli a coloro che hanno redditi più che discreti, se non elevati. Meloni veste i panni di una Robin Hood all’incontrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Ma la destra, peraltro, ha sempre amato per vocazione di ridurre le tasse per i ricchi. Abolirlo, come è previsto per il 2024, non è un atto di giustizia sociale, piuttosto un gesto di crudele arroganza sociale gravido di conseguenze, forse anche volute da una classe politica sempre più cinica.

Cuneo fiscale. Ma almeno la riduzione del cuneo fiscale non potrebbe rientrare nella misera rubrica dei provvedimenti di equità fiscale della finanziaria 2023? Purtroppo no. Intanto perché è una riduzione solo temporanea. In secondo luogo perché anche in Melonilandia non ci sono pasti gratis. Chi pagherà questi pochi euro mensili, comunque sempre utili, che diventeranno reddito spendibile? La risposta è semplice: il lavoratore stesso se non saranno utili per maturare la pensione, oppure la collettività in caso contrario attraverso un nuovo debito dell’Inps. Quindi un inganno per i lavoratori oppure un prelievo dai giovani; altro che giustizia sociale!

Settore pubblico e altro. C’è poi un grande assente: il settore pubblico. La finanziaria di Draghi aveva trovato un miliardo di euro per venire incontro alle nuove necessità del settore pubblico. C’è ancora pandemia, c’è stata la Dad, c’è la necessità di rendere più efficiente la pubblica amministrazione investendo nelle persone. Ci sono poi i contratti che, approvati molto tardivamente, sono già in scadenza. Per tutto questo non ci sono risorse nel libro contabile di Meloni. Se poi allarghiamo il campo e consideriamo nella giustizia sociale anche l’ambiente oppure l’etica pubblica, anche qui il bilancio è fallimentare. Il Governo ha spostato in là la tassa sulla plastica e appare la consueta tregua fiscale, nella forma sempre attuale del condono per gli evasori. I cittadini onesti sono avvisati che questo Governo farà ampi sconti ai disonesti. Bisognerà approfittarne in qualche modo.

In definitiva, nella prima finanziaria targata Meloni la crescita economica è solo immaginata e della giustizia sociale decantata in conferenza stampa l’occhio appena vigile non vede proprio nulla. La finanziaria per il 2023 è alquanto modesta nel suo impianto generale, acuisce le tensioni sociali creando nuove ed inique divisioni; risulta alla fine un caotico collage di tutte le proposte elettorali, ampiamente ridimensionate, delle varie anime della destra italiana. Ogni frazione porta a casa la sua parte del bilancio pubblico, ormai diventato bancomat post-elettorale, e i problemi dell’economia, come pure della società italiana, vengono ancora di più esacerbati o nascosti sotto il tappeto.

Nessuna grande riforma, insomma, in vista, almeno per ora, ma solo piccole rubriche clientelari. Una finanziaria politica, come esalta Meloni? Certo, ma della politica di peggior specie, spartitoria e lottizzatrice, senza una visione. Che questa legge, poi, realizzi una qualche giustizia sociale, solo la Premier e i suoi interessati adulatori lo possono credere. In realtà la seppelliscono sotto una indecente dose di demagogia, che è buona per vincere le elezioni ma forse meno buona per governare.

*Prof. associato di Economia politica, Padova

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