I fazzoletti, i foulard e le felpe verdi con il sole delle Alpi, i gonfaloni delle Leghe regionali, la bandiera con la croce rossa e Alberto da Giussano. È una micro-Pontida d’altri tempi quella andata in scena in un ristorante di Biassono, in Brianza, dove quasi duecento “nostalgici” della Lega Nord si sono riuniti in un’assemblea (“Per il Nord! Riparte la battaglia!”) organizzata dagli ex deputati Gianluca Pini e Gianni Fava (che fu lo sfidante di Salvini alle primarie del 2017). Quasi nessuno ha votato la “nuova” Lega fondata dal Capitano nel 2019, quasi tutti si sentono orfani di rappresentanza: tanti però hanno ancora in tasca la tessera del vecchio partito, congelato e commissariato, che sognano di rivitalizzare con un congresso (o addirittura fondando un nuovo soggetto). Si va dai semplici militanti alle vecchie prime file: ci sono l’ex presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni, lo storico avvocato della famiglia Bossi Matteo Brigandì, ex parlamentari (anche della prima Repubblica) come Bruno Matteja, Luigi Roscia, Fabio Meroni. Oltre a nomi un tempo pesanti, come Roberto Castelli e Giacomo Stucchi, che hanno aderito all’iniziativa pur non potendo partecipare in presenza. Si fanno vedere anche due consiglieri regionali lombardi in carica, Federico Lena e Antonello Formenti, che pur da iscritti alla Lega per Salvini premier dicono di stare alla finestra in attesa di ciò che si muoverà sul fronte autonomista (e ammettono di rischiare la “scomunica” da parte del segretario). “I partiti con i nomi non mi hanno mai convinto…”, dice Formenti.

“Votare la Lega di Salvini? Piuttosto mi taglio i coglioni“, sintetizza Brigandì, in Parlamento dal 1994 al 2010 e tuttora tra gli uomini più vicini a Umberto Bossi. “Voglio vedere se c’è spazio per tornare a quella Lega che sfiorava il 10% solo con i voti padani. Ora Salvini l’ha portata sotto il 9% dicendo tutto e il contrario di tutto. Eravamo la locomotiva d’Italia, bisogna essere intelligenti per mollare la locomotiva e salire sull’ultimo vagone…”. Anche Boni, già segretario provinciale di Milano, ha smesso di fare politica dopo la creazione della nuova Lega: “È un partito nazionalista, centralista, legato alle logiche di centrodestra. Noi eravamo abituati a Miglio, al federalismo, alla secessione… l’autonomia è un pannicello caldo. Dobbiamo tornare a fare il sindacato del Nord“. Come già Fava, Pini e Castelli, anche lui si dichiara scettico sull’operazione “Comitato Nord”, la corrente autonomista interna alla “nuova Lega” attribuita al Senatùr e affidata ad Angelo Ciocca e Paolo Grimoldi: “È una manovra di autoconservazione. A Bossi continuano a dire che può riprendersi la Lega, ma non è così”.

Gli strali verso la svolta nazionalista si ritrovano in quasi tutti gli interventi. “Il nostro vecchio movimento è solo archiviato, congelato: è casa nostra e dobbiamo riprendercela. Chi ha dato la sponda alla sua degenerazione non può più avere un futuro con noi”, attacca Roberto Stefanazzi, ex “barbaro sognante” e storico dirigente del varesotto. “Dobbiamo parlare di cose concrete, dell’autonomia delle nostre regioni e dell’indipendenza del futuro della Padania: basta battaglie sui temi etici o altri terreni che non ci appartengono”. Alessandro Sarasini, sindaco del piccolo comune di Commessaggio (Mantova), chiede aiuto: “Non voglio tornare ad annullare la scheda alle prossime elezioni perché non c’è nessuno che mi rappresenta”.

Le conclusioni toccano a Fava, diventato in questi anni il riferimento ideologico di chi non si è mai rassegnato al commissariamento della Lega Nord: “Voglio un luogo dove poter esprimere le mie idee, perché io alla nuova Democrazia cristiana non sono interessato”, esordisce. “Vogliamo un movimento post-ideologico, che se ne infischia della destra e della sinistra”. E in questo senso traccia un “programma” che è assai distante da quello dei “cugini” salviniani: “Sul fine vita sono convinto che il cittadino si debba autodeterminare e nessuno può decidere per lui, meno che mai lo Stato”, dice tra gli applausi. Poi: “Nel contesto occidentale c’è l’Europa, che ci piaccia o no, perché l’alternativa all’Europa è l’Africa, e io non voglio guardare all’Africa”. E ancora: “Il presidenzialismo fa una paura terribile declinato in un Paese come questo, dove normalmente la gente sceglie il più coglione“. E la sala scoppia in un boato non casuale.

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