Vorrei essere un complottista. Sì, nell’analizzare i risultati di queste elezioni politiche preferirei pensare che alla sinistra – nella sua frammentaria e irrilevante frammentazione che va dal Pd ai microorganismi dei partitini personali – sia stata imposta la sconfitta dai poteri finanziari e sovranazionali che ormai governano il mondo occidentale. Questi ultimi, dopo aver imposto agli eredi di Marx e Gramsci delle leggi scellerate e contrarie agli interessi delle classi popolari (Jobs act, buona scuola, opposizione al reddito di cittadinanza e in generale tutte quelle che hanno distrutto i diritti sociali conquistati in decenni di lotte dei lavoratori), avrebbero deciso che è giunta l’ora di affidare il comando alla destra. Quella che adesso gode di un conseguente consenso popolare e che farà sostanzialmente le stesse cose (se non peggio), nel sommo interesse della finanza e in genere di quei ricchi che sono sempre più tali dopo almeno due decenni di politiche sciagurate.

Preferirei adottare questa visione complottista, ma non mi appartiene e non sarebbe corretta. La verità è che, non solo in Italia, almeno nell’ultimo trentennio sono stati proprio i governi progressisti (da Bill Clinton e Tony Blair negli anni Novanta del secolo scorso, passando per Romano Prodi e Gerard Schroeder) a buttare nel cesso l’eredità socialista e socialdemocratica, non sapendo far altro che accodarsi all’idea neoliberale e liberista della società. Ciò in seguito all’incapacità di riprogrammarsi dopo il 1989, elaborando nuove politiche e nuovi diritti sociali adattati ai tempi che stavano cambiando.

Soprattutto l’Italia ha pagato a caro prezzo tutto ciò, perché finché c’era il pericolo dell’Urss venivano perdonati gli errori (e la corruzione) della sua classe dirigente. Arrivavano soldi a palate dagli Usa, e alla fine si riusciva comunque a far vivere dignitosamente la maggior parte della popolazione. Oggi, quell’inettitudine e corruzione della classe dirigente è rimasta tale, direi perfino peggiorata, considerando le figure evanescenti o addirittura ridicole assurte agli alti ruoli di governo (e in generale alle segreterie dei partiti). Come tale è rimasta l’incapacità di pensare e costruire un modello sociale alternativo a quello proposto dal sistema tecnofinanziario. Ancora una volta è il nostro paese a pagare il prezzo più caro.

E la sinistra ha una responsabilità enorme. Capace soltanto di gridare all’antifascismo e di riempire la propria dirigenza di giovani (e meno giovani) inetti, privi di cultura politica e provenienti da famiglie perlopiù benestanti (e quindi incapaci di considerare il polso del popolo), gonfi e tronfi di quell’intellettualismo irritante e sterile che una volta era proprio di chi credeva di aver letto Marx soltanto lui. Mentre oggi appartiene a chi aderisce a teorie astruse e minoritarie, in cui la difesa dei diritti civili avviene nella totale assenza di considerazione per quelli sociali. Come glielo spieghi ai tantissimi ragazzi e ragazze che non trovano lavoro, che vengono sfruttati, oppure che sono scavalcati dai pochi privilegiati delle famiglie agiate e influenti (perché il merito è andato totalmente a farsi benedire in questo tempo!), che è meraviglioso aver conquistato il diritto di sentirsi un giorno maschio e l’altro femmina, mentre tutti i giorni devono fare i conti con un portafogli che si sente sempre e coerentemente vuoto?!

O come glielo spieghi a questi stessi ragazzi che è importante tutelare l’ecosistema del pianeta per garantire un futuro all’umanità, quando è proprio di quel futuro che hanno paura, poiché il destino che li attende è fatto di precarietà e sfruttamento intollerabili?! Intendiamoci, tutte questioni a cui non sa dare risposta neppure questa destra. Meloni, Salvini e il vecchio Berlusconi rappresentano tanto il vecchio di una politica già vista quanto l’inconsistenza di “giovanotti” non certo in grado di opporsi in alcun modo alla forza del sistema tecnofinanziario. Il popolo lo sa bene, tanto è vero che se il centrodestra prendeva oltre 18 milioni di voti nel 2001, oggi ne ha presi poco meno di 11 milioni.

Ecco perché non ci troviamo di fronte a una vittoria della destra, come molti pur dicono ingenuamente, bensì alla totale assenza di una politica capace di generare consenso intorno a programmi realistici e finalizzati al bene del popolo. A destra come a sinistra. Tanto è vero che il primo partito italiano è di gran lunga quello dell’astensione. Cioè di coloro che sanno bene che destra e sinistra si alternano ormai alla guida di un paese in cui la rotta è tracciata da ben altre sedi. Il guaio, però, a bilancio di tutto questo, è che se la destra non vince e la sinistra sprofonda nell’inettitudine di una classe dirigente impreparata e scollegata dagli interessi reali del popolo, a essere sconfitta è soltanto l’Italia.

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