Non solo a Mosca si rincorrono voci su un possibile o sperato ribaltone al Cremlino (come ho già scritto la scorsa settimana); per una strana coincidenza geopolitica voci di simile tenore si diffondono anche a Pechino, in merito a un potenziale regime change al vertice della Cina. Qui in Italia si è votato democraticamente per eleggere il nuovo Parlamento, anche se ha vinto la destra; invece nei due paesi autocratici la leadership forte viene sempre più spesso contestata e messa in discussione. Può davvero accadere? L’ondata di rumors in Cina è diventata frenetica nelle ultime 48 ore, nelle diverse versioni la sostanza è una: il presidente sarebbe stato rimosso con un colpo di stato.

L’élite politica del partito comunista cinese – che guida la seconda superpotenza economica del pianeta dopo gli Stati Uniti con i suoi 1,4 miliardi di abitanti – è durissima negli stili di governo e molto determinata nelle ambizioni e piani strategici, quindi mai dire mai. Il rumor sulla rimozione di Xi, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere stato alimentato da qualcuno dei 7 membri del comitato permanente dell’ufficio politico del Pcc, ovvero il vertice della leadership del partito posta alla testa del congresso. Le voci sono state diffuse in origine da un account social che in precedenza aveva rilanciato affermazioni poi rivelatesi false, e anche in questo caso sul presunto golpe in corso a Pechino non ci sono fonti o prove credibili.

Probabilmente è solo la velleitaria idea di nemici di Xi, sotto accusa soprattutto per la rigidissima policy “zero Covid” che ha obbligato al lockdown decine di milioni di cinesi in grandi città, in vigore tutt’oggi dopo due anni e mezzo di pandemia, anche in presenza di poche decine di casi. L’agenzia ufficiale di stato Xinhua ha annunciato domenica l’elenco completo dei delegati al 20esimo Congresso del Partito, mentre uno statement sulla selezione, letta anche nel notiziario serale domenicale della Cctv, si apre con la frase “Sotto la forte guida del Comitato centrale del Partito con il compagno Xi Jinping come nucleo centrale”. In cinese:

在以习近平同志为核心的党中央坚强领导下,党的二十大代表选举工作已经顺利完成。全国各选举单位分别召开党代表大会或党代表会议,选举产生了2296名出席党的二十大代表。

La traduzione esatta è: Sotto la forte guida del Comitato centrale del Partito con il compagno Xi Jinping al centro, l’elezione dei delegati al 20° Congresso del Partito è stata completata con successo. Ogni unità elettorale del Paese ha tenuto il proprio congresso di partito o riunione dei delegati di partito e ha eletto 2.296 delegati al 20° Congresso del Partito.

Le voci sono rimbalzate da un angolo all’altro della Cina, si è parlato anche di massicce cancellazioni di voli aerei interni e internazionali e su come ciò fosse una conferma indiretta che qualcosa stava accadendo a Pechino. Ma anche queste si sono rivelate fake news. Da notare che Xi Jinping ha viaggiato all’estero per la prima volta in due anni la scorsa settimana per il vertice Sco di Samarcanda (quello in cui Vladimir Putin è parso un cane bastonato, accolto non con ostilità ma con cautela e freddezza dai leader indiano e cinese). Se, come è possibile, Xi non si vedrà in pubblico nei prossimi giorni, la sua “assenza” potrebbe continuare ad alimentare indiscrezioni di ogni tipo mentre si avvicina l’appuntamento cruciale in cui il congresso dovrebbe rinnovargli il grande potere di Presidente, per il terzo mandato consecutivo di 5 anni.

È stato il Politburo del Partito comunista (22 membri), sotto la guida dello stesso Xi Jinping, a studiare a fine agosto i preparativi della settima sessione plenaria del XIX comitato centrale e del XX congresso nazionale del Pcc che si terranno a Pechino a partire, rispettivamente, dal 9 e dal 16 ottobre 2022. L’incontro, si legge nel comunicato ufficiale del governo, ha messo in evidenza che il XX congresso “è una conferenza molto importante che si tiene in un momento critico in cui l’intero partito e le persone di tutti i gruppi etnici stanno intraprendendo un nuovo viaggio per costruire un Paese socialista moderno e in marcia verso la meta del secondo secolo di lotta”. Inoltre, il congresso terrà alta “la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, aderirà al marxismo-leninismo, al pensiero di Mao Zedong, alla teoria di Deng Xiaoping”. Un’analisi “approfondita” sarà dedicata alle “situazioni internazionali e interne”, cogliendo “in modo completo la nuova era e il nuovo cammino del partito”.

Circa questo punto, i sinologi si aspettano la definizione di una linea formale chiara e meno ambigua rispetto alla guerra in Ucraina e al rapporto con la Russia di Vladimir Putin. Dalla fase di “amicizia senza limiti” tra le due nazioni sbandierata nelle settimane successive al 24 febbraio con forti connotazioni anti-Occidente, Pechino ora non nasconde di essere molto preoccupata per l’aggravarsi del conflitto, soprattutto il possibile uso di armi atomiche minacciato dal leader del Cremlino. I cinesi vogliono un mondo stabile e in pace, la guerra non è buona per il business. Sarà Xi Jinping ad affermare questa strategia?

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