Quattro arresti in carcere, due ai domiciliari e tre obblighi di dimora, per una truffa imponente sul traffico di carburante realizzata attraverso le “pompe bianche”. I provvedimenti del gip di Vicenza sono stati eseguiti dai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf, a conclusione di un’indagine che ha portato alla luce un raggiro con evasione dell’Iva superiore ai 500 milioni di euro. Ordinato il sequestro di beni per 99 milioni di euro, che ha riguardato 32 beni immobili. Due persone non sono ancora state rintracciate.

I dettagli dell’operazione sono stati illustrati dal procuratore di Vicenza, Lino Giorgio Bruno. Sono finiti in carcere Murphy Sabounjiani (iscritto al registro degli italiani all’estero, con residenza in Croazia), il commercialista Franco Ortenzi (di Roma) e il napoletano Luigi Esposito. Ai domiciliari i padovani Silvia Maggio e Gabriele De Matteis, mentre l’obbligo di presentazione riguarda i padovani Maurizio Cammilli ed Enzo Pegoraro. L’ipotesi è di associazione per delinquere finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, sottrazione al pagamento di imposte, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione dell’Iva. Sabounjiani è indicato come il promotore, mentre Ortenzi, Esposito, De Matteis e Maggio avrebbero partecipato all’associazione. L’ordinanza non è stata ancora eseguita nei confronti del napoletano Antonio Passaretti (custodia in carcere) e del padovano Giuseppe Masiello (obbligo di dimora).

L’indagine ha preso avvio da una analisi di rischio nel settore dei prodotti petroliferi svolta dall’Agenzia delle Dogane di Vicenza ed è stata sviluppata dalla Gdf, con analisi di documenti e intercettazioni telefoniche. Due i depositi di carburante al centro del raggiro: il primo a Sossano in provincia di Vicenza (intestato ad Almi srl), il secondo a Villadose (Rovigo). Due i sistemi di frode per evadere l’Iva, con l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per oltre 500 milioni di euro. A beneficiarne erano le cosiddette pompe bianche, stazioni di servizio “indipendenti” esterne al circuito delle maggiori compagnie di distribuzione di carburante. Il primo meccanismo ha sfruttato la disciplina fiscale di favore accordata agli esportatori abituali, che ha consentito ad Almi (amministrata da Sabounjiani) di utilizzare lettere fittizie di intento emesse da alcune “cartiere” (Gipirema srl, Partenope Gas ed Energia srl, Copetrol srl, Doc Service srl). Le società dichiaravano di essere in possesso del requisito di esportatori abituali, consentendo ad Almi di acquistare carburante per uso autotrazione (benzina e diesel) da imprese comunitarie croate e slovene. I venditori, in base al regime degli scambi intracomunitari, emettevano fatture senza indicare l’Iva, a beneficio delle “cartiere”, che rivendevano sottocosto il prodotto a varie società filtro, tra cui in particolare Kimotech srl di Vicenza, amministrata da alcuni degli indagati.

Ed eccoci all’ultimo anello della catena: le società filtro cedevano il carburante ai reali acquirenti della filiera (soprattutto “pompe bianche”) con un minimo ricarico nelle fatture rispetto al costo di acquisto. Il margine di profitto era dato dall’evasione dell’Iva da parte “cartiere” (pure riconducibili agli indagati), che non versavano l’imposta, non presentavano le dichiarazioni e scomparivano in una serie di fusioni. Secondo i finanzieri, l’ultima “cartiera” incorporante è stata Copetrol srl, acquisita da Walla System, una società di diritto statunitense nel Delaware, uno Stato a tassazione agevolata. Tutte queste operazioni societarie sarebbero state gestite da Ortenzi, un commercialista con studio professionale a Roma e residenze in Romania e Giordania. A smascherarlo una intercettazione telefonica in cui dichiarava: “Io ho cercato di metterci una pezza, perché lo faccio di mestiere! Quello è il mio mestiere!… Ma no, perché tu lo importi, te ne sbatti di applicare l’Iva e ci metti un 4,5 per cento! Lo vendo con una Iva che non andrai mai a pagare, perché una società filtro assorbe questo! Sai quanti clienti ci ho cosi? Ma è semplicissimo! Non compra Eldo o che ne so, quegli altri centri famosi e via discorrendo. Quelli lo comprano e pagano una Iva perché ce l’hanno già ‘ivata’ da un altro il quale a sua volta non la paga! Ma questo è un classico assoluto, non è una novità! C’era trenta anni fa!…”. Nella conversazione spiegava anche le varianti: “Per esempio adesso la cosa più sofisticata che facciamo – e che è ovvio – facciamo le scissioni, no? Cioè, io prima butto tutto dentro in panza all’americano e poi lo scindo! Quindi questa scissione ha un costo aggiuntivo perché tu praticamente depuri la situazione patrimoniale dell’americana, ci tiri fuori quello che ti serve a te, per cui lasci una cosa da una parte e una cosa dall’altra e qui fai la nuova società americana!…”.

Un secondo meccanismo ha aggirato il divieto di utilizzare le dichiarazioni di intento per le cessioni o le importazioni definitive di benzina o gasolio destinati ad essere impiegati come carburante per motori. Con una ulteriore “cartiera” schermo veniva effettuata una inversione contabile, che sfruttava il rilascio di una falsa polizza fidejussoria da parte di una società ungherese (Cig Pannonia), così da produrre all’Agenzia delle Entrate una “idonea garanzia” apparente per non versare l’Iva. Il sequestro per equivalente ammonta a 99 milioni di euro. Nell’elenco dei 32 immobili sequestrati ci sono una villa con piscina sulle colline della Val di Cornia (Livorno) e una villa a Bressanone intestate a una società croata, ma riconducibili a Sabounjian. Una villa al Circeo, un ufficio a Roma e altri immobili di pregio sono intestati a una società di diritto statunitense (nel Delaware) amministrata da una società cipriota riconducibile a Ortenzi. Uno yacht di 14 metri, ormeggiato nel porto turistico di San Vincenzo (Livorno) è intestato a una società croata riconducibile a Sabounjiani. Sequestrate anche tre auto e 250 conti bancari.

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