Mercoledì 10 giugno 2015, lo ‘Studio di fattibilità per la riapertura dei Navigli milanesi’ veniva presentato a Palazzo Reale. Era frutto di anni di lavoro da parte di un gruppo multi-disciplinare e multi-ateneo, nato in modo spontaneo e disinteressato. Proponevamo alla città e al suo sindaco come poter onorare il risultato del referendum consultivo d’indirizzo del 2011 che poneva la domanda: “Volete voi che il comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città e area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei Navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?”.

Avevano risposto “Sì” ben 489.727 cittadini, il 49% dei milanesi e il 94% dei votanti: percentuali da sogno rispetto alla partecipazione e alle maggioranze risicate delle elezioni più recenti. La maggior parte dei promotori del referendum erano sostenitori della lista che, nella stessa tornata elettorale, aveva eletto il sindaco Pisapia e, in seguito, avrebbe condotto al successo l’attuale sindaco per due tornate. Può un’idea in apparenza utopica trasformarsi in realtà? La risposta è “No”. Almeno per ora, 11 anni dopo. Solo la Darsena è stata risistemata, in una Milano enormemente cambiata, trasformata in una piccola Dubai ma senza il mare.

Indipendentemente da ogni considerazione pro e contro l’opera, che avrebbe potuto essere comunque inserita tra quelle del Pnrr per via di tempi realizzativi congrui con l’orizzonte del piano, emerge una imbarazzante verità: la declinazione pratica della democrazia non rispetta la volontà popolare. Negli ultimi 40 anni, gli italiani si sono pronunciati per due volte, a grande maggioranza, contro l’energia nucleare. Ebbene, un nutrito ventaglio di parti politiche propone oggi utopie nucleari assai più vaghe della riapertura di una storica linea d’acqua che per secoli ha servito Milano e prometterebbe di arricchirla ancora. Nessuno ha mai visto la quarta generazione del nucleare fissile, quella “sicura”. E le utopie nucleari sono sicuramente più remunerative di un progetto a costo energetico zero di gestione, come la riapertura dei Navigli che comporta investimenti di poco più di mezzo miliardo di euro.

Anche quando si esprime in modo propositivo, la volontà popolare viene mortificata dalla politica del fare che, a Milano, rifiuta di chiedere agli elettori che cosa pensano di un progetto iconico come l’abbattimento e la ricostruzione dello stadio di San Siro, con annessi e connessi sviluppi urbanistici. E ci si trincera dietro il più ovattato “dibattito pubblico”. La partecipazione della gente alle decisioni strategiche e, in particolare, alla progettazione urbanistica è un fattore vitale per il successo delle trasformazioni urbane di una città, per la qualità della vita dei suoi abitanti, per generare inclusione sociale e favorire la trasparenza. Questo principio è stato declinato da generazioni di urbanisti del XX secolo, come Giancarlo De Carlo–genovese per caso e laureato nel Politecnico di Milano–che pubblicò L’architettura della Partecipazione quasi 50 anni fa.

Erano gli anni di una canzone di Giorgio Gaber tuttora viva nel profondo collettivo della mia generazione. Il testo di Sandro Luporini traduceva in poesia un valore inconfutabile, assieme individuale e collettivo: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione; la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione“. La politica tradisce da anni le promesse elettorali, ma ci siamo abituati: fa parte del gioco. Purtroppo, chi governa tradisce anche l’indirizzo degli elettori, chiaramente espressi su quesiti e questioni specifiche. Nella tornata elettorale del 2011, il referendum consultivo d’indirizzo per conservare il futuro parco dell’area Expo (numero 3) chiedeva: “Volete voi che il comune di Milano adotti tutti gli atti ed effettui tutte le azioni necessarie a garantire la conservazione integrale del parco agroalimentare che sarà realizzato sul sito Expo e la sua connessione al sistema delle aree verdi e delle acque?”.

Dissero “Sì” il 95,51% dei votanti. Se 454.995 milanesi avevano espresso l’indirizzo di conservare il parco agroalimentare e solo 22.443 aveva detto “No”, ignorare se non umiliare la partecipazione, come accaduto, non è mai una buona cosa. Anche se l’urbanizzazione del sito costituisce–secondo alcuni–una scelta migliore, questa umiliazione prelude a una deriva non affatto democratica e, talvolta, diventa l’anticamera dei periodi oscuri in cui la libertà rimane soltanto una parola falsa e vana, senza sostanza alcuna. E poco serve a consolarci l’amara ironia di Mark Twain: “Se votare facesse qualche differenza, non ci permetterebbero di farlo”.

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