Per una strana coincidenza del destino, lo stesso giorno del decesso di Elisabetta II è stato presentato a Torino, dopo Venezia, grazie al Direttore Gaetano di Domenico, un altro docufilm, il mio genere preferito, Me and the magic door. Perché scrivo coincidenza, perché tratta della storia straordinaria sugli architetti italiani, per lo più torinesi, che hanno lavorato in Thailandia con la dinastia Rama, il cui ultimo re, Bhumibol Adulyadej, Rama IX il Grande, si contendeva con la sovrana britannica il primato di regnante più longevo, 70 anni di trono. Il docufilm è stato fortemente voluto e promosso dall’ambasciata italiana in Thailandia, per opera dell’ambasciatore Lorenzo Galanti e della consorte Francesca Andreini, abile sceneggiatrice. La regia è di Marco Gatti.

La voce e presenza narrante è una bellissima e colta giovane donna italo-thailandese, Stefania Kim Gardini, che ci porta a visitare monumenti incredibili, progettati per l’appunto da architetti italiani formatisi la maggior parte a Torino. Lo stile è particolare e nel racconto emerge la forte influenza dei committenti, la dinastia dei Rama, e a questo punto mi sovviene il caso di Villa Malaparte, di cui ho scritto mesi fa: non si sa quanto forte e fondamentale sia stata l’influenza del committente, di certo i desiderata che non potevano essere disattesi e da rispettare, e quanto la volontà del progettista di assumere a tutto spiano il genius loci lasciandosi conquistare dalla cultura siamese.

Per i puristi alcune estrosità possono sembrare eccessive ma a confrontarle con la generale banale architettura contemporanea dei grattacieli presenti a Bangkok, in cui si distingue solo la cosiddetta “Torre pixellata”, il Maha Nakhon, e l’iconico per ragioni cinematografiche Lebua Hotel – qui fu girato Una notte da leoni 2 – il dubbio viene dissolto. Certo che il richiamo a Venezia del Palazzo del Governo è forse eccessivo ma per fortuna qui si sono limitati a un solo edificio arricchito di alcuni riferimenti all’architettura locale e non la riproduzione in scala reale di tutta la città, come a Las Vegas o in Cina.

Una straordinaria capacità di squadra ha consentito poi di creare una forza lavoro tutta italiana: architetti, ingegneri, scultori, pittori, scenografi e artigiani in un’unica immagine coordinata, come si suol dire adesso nel mondo della comunicazione. Gli architetti più attivi in Thailandia furono Tamagno e Rigotti, quest’ultimo noto soprattutto per il Palazzo del Governo a immagine e somiglianza della Ca d’Oro che rese, come scrivo sopra, omogeneo alla cultura siamese, apponendo in sommità la statua di Brahma, una divinità locale. Annibale Rigotti progettò anche insieme a Tamagno la Siam Bank. Tamagno, anch’esso torinese, progettò poi con lo stesso Rigotti e Allegri il Palazzo Dusit o del Trono, in stile vagamente rinascimentale.

Più legato alla contemporaneità l’architetto Ercole Manfredi, torinese anche lui, che dopo aver collaborato con i colleghi già citati, portò per primo in Thailandia lo stile razionalista in diversi edifici pubblici e privati da lui progettati. In totale furono 35 le personalità del mondo artistico e tecnico italiano, presenti per un periodo relativamente lungo e che accreditano il nostro paese come il luogo per eccellenza dell’architettura: non a caso Rama V, che aveva compiuto diversi viaggi in Italia, voleva creare nel suo un “nuovo Rinascimento”. La città che più lo colpì fu Torino, dove fu impressionato dalla Mole Antonelliana che descrisse, tornando in patria, come una grande pagoda, e volle in modo immaginifico riprodurre come profilo in una area della reggia.

Un’altra singolare coincidenza con la monarchia britannica è che l’attuale regnante assurse al trono a quasi 70 anni, ma a differenza di Carlo volle piangere il padre, il più longevo del regno, per tre lunghi anni, sino a quando il governo non lo costrinse alla proclamazione e incoronazione. In ogni caso la storia fantastica di un paese lontano, magico e misterioso, è stata ricordata e rivissuta per volere della città che vide nascere il cinema e dal suo direttore che ha sede e museo proprio nella Mole Antonelliana. Sarebbe anche auspicabile che tutte le ambasciate e gli ambasciatori come Galanti promuovessero questa conoscenza di realtà poco note ai più, poiché non c’è paese al mondo che non abbia visto il genio italiano dell’architettura, come esempio da me ricordato anche qui, per i monumenti russi e ucraini. L’Italia è da sempre, e l’architettura ne è la testimonianza più tangibile, il suggello più importante di civiltà, arte, cultura e bellezza.

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