La sempre più stretta relazione, sia commerciale che militare, della Turchia con la Russia indispettisce già da anni gli Stati Uniti. Il ruolo di mediatore che Recep Tayyip Erdoğan sta cercando di ritagliarsi nell’ambito del conflitto tra Mosca e Kiev non piace a Washington e nemmeno a Bruxelles, che puntava a discutere la pace in Europa. Ma le ultime dichiarazioni del presidente turco suonano come un vero strappo, sicuramente un attacco senza precedenti negli ultimi anni, con il blocco Nato, in particolare con l’amministrazione americana. Intervenuto sulla questione del conflitto siriano, il capo dello Stato ha dichiarato che “principalmente sono gli Usa e le forze della coalizione ad alimentare il terrorismo in Siria, lo hanno fatto brutalmente e continuano a farlo”.

Il presidente, che non fa riferimenti precisi, sembra concentrarsi sul sostegno alle milizie curde anti-Isis (Ypg/Ypj) offerto dalla cosiddetta coalizione occidentale, di cui la Turchia dopo il sostegno alle formazioni anti-Assad, anche jihadiste, ha fatto parte. Oggi, dopo il disimpegno americano che ha aperto le porte a quella che è di fatto un’incursione turca in territorio siriano, con la creazione di una “zona cuscinetto” profonda 30 chilometri, uccisioni e violenze nei confronti della popolazione commesse dalle milizie islamiste cooptate da Ankara ed esodi di massa della popolazione locale, Ankara è tornata a compiere raid sulle città del nord-est siriano a maggioranza curda. Il tutto giustificato con motivi di sicurezza interna, nella lunga guerra contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk). Tanto che l’estradizione e il mancato sostegno ai “terroristi” curdi sono anche diventate clausole imprescindibili dell’ok della Repubblica turca all’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Questione non secondaria, proprio in relazione all’attacco del leader dell’AkParti, è che la Turchia, oltre ad aver fatto parte della cosiddetta coalizione occidentale in Siria, è la seconda potenza militare della Nato nonostante stia sempre più spostando il proprio baricentro verso Mosca.

Erdoğan ha comunque dichiarato di “non guardare al territorio della Siria. I siriani sono nostri fratelli. La loro integrità territoriale è per noi importante e il regime dovrebbe essere consapevole di questo – ha detto riferendosi allo storico nemico, al sembra lentamente riavvicinarsi, Bashar al-Assad – Siamo sempre stati parte della soluzione. Ci siamo sempre presi responsabilità per la questione siriana. Il nostro obiettivo è la pace a livello regionale e la protezione del nostro Paese da significative minacce che provengono dalla crisi”.

La sopravvivenza del regime degli Assad è strettamente legata al sostegno ricevuto dall’Iran e soprattutto dalla Russia, quando le milizie ribelli stavano guadagnando terreno nel Paese. E proprio alla Russia Erdoğan dice di guardare come principale interlocutore per qualsiasi azione da intraprendere in Siria, anche perché i rispettivi eserciti occupano aree adiacenti in alcune zone del Paese, come nell’area di Idlib, ultima roccaforte della resistenza islamista.

Twitter: @GianniRosini

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