Sono passati più di 11 anni dall’inizio delle rivolte di piazza siriane. Proteste che presto sono state contaminate dalla presenza di gruppi islamisti, alcuni dei quali legati ad al-Qaeda, e dalla comparsa sulla scena mediorientale dello Stato Islamico e del suo Califfato. Ci sono stati poi l’intervento russo a protezione della dittatura di Damasco, la resistenza curda spinta dalla cosiddetta coalizione occidentale, la caduta dell’Emirato voluto da Abu Bakr al-Baghdadi e il graduale disimpegno (e crescente disinteresse) di Usa e Paesi Ue. In tutto questo tempo, Bashar al-Assad e Recep Tayyp Erdogan hanno sempre operato su fronti contrapposti. Da una parte il regime quarantennale che lottava per sopravvivere, sostenuto da Mosca e Teheran, denunciando le ingerenze del vicino turco, dall’altra Ankara che prima di riallinearsi su posizioni Nato ha rifornito di armi le formazioni ribelli islamiste e garantito nascondigli sicuri ai terroristi nelle aree di confine con la Siria. Oggi però, secondo diversi media turchi, russi e siriani, i due leader sono pronti a parlarsi di nuovo, dopo 11 anni, nel corso di una telefonata che potrebbe avvenire grazie alla mediazione di Emirati Arabi ed Egitto. Un evento storico, dietro il quale si nasconde la figura di Vladimir Putin, che potrebbe rappresentare una svolta nel processo di pace siriano, ma che sa anche di ‘spartizione della torta‘: da una parte la necessità di Damasco di tornare a governare in maniera stabile e di risolvere la questione di Idlib, dall’altra le aspirazioni di Ankara sul nord-est, dove da anni ormai conquista terreno a scapito della popolazione curda.

“Il fatto che ci possa essere un incontro o un colloquio, sempre che questo venga poi confermato, rappresenta un riconoscimento politico importante – spiega a Ilfattoquotidiano.it Francesco Strazzari, ordinario di Relazioni Internazionali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – La Siria in questi anni ha considerato la Turchia come un Paese invasore, mentre sono note le azioni turche a sostegno della ribellione interna contro il regime di Assad”. Che questo riavvicinamento, poi, possa avvenire sulla pelle della popolazione curda, ostile a entrambi i governi per motivi diversi, è altrettanto scontato: “Ma non c’è solo questo – continua Strazzari – Le questioni aperte sono molte. Damasco vuole una maggiore stabilità territoriale anche a discapito dell’autonomia curda, mentre Ankara ha mire espansionistiche in quell’area, favorita anche dal disimpegno americano, e occidentale in generale, iniziato durante l’epoca di Donald Trump alla Casa Bianca. Poi c’è la questione aperta di Idlib (ultima grande roccaforte jihadista, ndr), con Assad che intende riprendersi quell’area dove però è presente anche la Turchia con le milizie islamiste che ha inglobato soprattutto dopo la caduta del Califfato e che ha utilizzato per combattere i curdi nel nord-est. Inoltre, proprio la lotta alle Unità di Protezione Popolare (Ypg/Ypj), che Erdogan considera l’espressione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk), viene usata dal presidente di Ankara a scopi elettorali, per attirare consenso in patria”.

La chiave di questa svolta nelle relazioni tra i due Paesi sembra essere di nuovo Vladimir Putin. Storico alleato del regime damasceno, negli ultimi anni ha visto crescere le relazioni con la Turchia di Erdogan, nonostante questa sia la seconda potenza militare della Nato. Venerdì il leader dell’AkParti turco è volato a Sochi proprio per incontrare il presidente russo. È possibile che in quell’occasione si sia parlato non solo di Ucraina e di sblocco del grano, con Ankara che ha svolto il ruolo di mediatrice tra Mosca e Kiev, ma anche del dossier siriano. Guarda caso, nelle ultime ore le forze militari turche hanno abbandonato due basi nel nord della Siria al confine con la Turchia e nel distretto di Tell Abyad consegnandole alle forze russe. Queste, secondo fonti sul terreno, si preparano a cedere le due basi alle forze governative di Damasco, assenti in quella zona dal 2012. Di contro, un raid del Paese della Mezzaluna ha ucciso 4 persone a Qamishli, città nel nord-est siriano a prevalenza curda e controllata dalle Forze democratiche siriane (Sdf), con gli attacchi contro postazioni delle Sdf che si sono intensificati negli ultimi mesi.

“Un eventuale colloquio Assad-Erdogan con la mediazione di Putin non sarebbe visto positivamente dagli Stati Uniti – sottolinea il professore – Ma sulle politiche di vicinato la Turchia non accetta di dover rendere conto alla Nato. I rinnovati rapporti con la Russia possono certamente aver favorito questo riavvicinamento”. E proprio la questione curda, conclude Strazzari, potrebbe diventare un’arma in mano a Mosca per mettere ulteriormente in difficoltà Washington, sottolineando le conseguenze negative di una frettolosa ritirata dallo scenario siriano: “La Russia vuole buttare gli Usa fuori dalla Siria (dove al momento è presente con poche centinaia di militari a protezione dei giacimenti petroliferi del nord-est, ndr) e per farlo ha bisogno di creare un clima politico sfavorevole. Lasciare campo libero alla Turchia per attaccare i curdi sarebbe un modo per creare tensioni tra le due parti, mettendo in luce una volta per tutte le mancate garanzie di sicurezza offerte da Washington alle Sdf”. In questo senso, bastano le parole di fonti vicine ai vertici Ypg sentite da Ilfattoquotidiano.it: “Quando parliamo con gli americani ci chiedono garanzie sul contrasto allo Stato Islamico nei nostri territori. Ma quando chiediamo protezione dalla Turchia non promettono mai niente“.

Twitter: @GianniRosini

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