Se lo vorrà, Umberto Bossi potrà tornare in Parlamento per la nona legislatura consecutiva. Il fondatore della Lega Nord e il segretario del partito che ne ha preso il posto, Matteo Salvini, si sentiranno nei prossimi giorni per stabilire i dettagli. Ma il seggio sicuro non è in discussione, come dimostra il fatto che suo figlio Renzo si sia già recato in sede a ritirare i moduli per presentarsi. “La candidatura per Bossi è a disposizione, tocca solo a lui decidere”, dicono fonti di via Bellerio al Corriere della Sera. Questa volta però il Senatur, diversamente dall’ultima, dovrebbe correre alla Camera, dove ha già occupato un seggio dal 1992 al 2017, e non a Palazzo Madama. Le sue condizioni di salute infatti non fanno pronosticare una presenza assidua – nella legislatura in corso ha partecipato a poco più di un quinto delle votazioni – e la coalizione preferisce tutelarsi schierandolo a Montecitorio, dove i numeri dell’eventuale nuova maggioranza di centrodestra dovrebbero essere più larghi.

Si conferma così la “pax” siglata nel 2014, quando il nuovo e il vecchio leader firmarono una scrittura privata che – tra l’altro – impegnava Salvini a non querelare i membri della famiglia Bossi per l’appropriazione indebita di centinaia di migliaia di euro di fondi del partito usati per spese personali. I danni furono chiesti quindi solo all’ex tesoriere, Francesco Belsito, che a causa di quella querela venne condannato a un anno e otto mesi di carcere in via definitiva. Nei confronti di Bossi rimase in piedi l’imputazione di truffa ai danni dello Stato per i famosi 49 milioni di rimborsi elettorali usati a fini illegittimi, ma la condanna a due anni e sei mesi in Appello fu dichiarata prescritta in Cassazione. Prima delle elezioni 2018, in uno dei periodi di maggiore tensione tra Bossi e Salvini, il segretario aveva ventilato l’ipotesi che il Senatur non venisse ricandidato: “Se continua a dire che la Lega sbaglia, che Salvini è un cretino, io non sono d’accordo”, minacciava a fine 2017. Salvo poi decidere di salvarlo, “perché nella vita come in politica il rispetto e la riconoscenza valgono più della convenienza elettorale”, diceva. Una riconoscenza che adesso si appresta a riconfermare.

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