In Ucraina, c’è una guerra parallela a quella che viene combattuta sul campo di battaglia e che- al pari di quella armi alla mano- è particolarmente logorante. Dallo scorso 24 febbraio, infatti, lo scontro fra Mosca e Kiev si è consumato anche sul piano energetico con la crisi del gas che si è innescata a seguito dell’imposizione delle sanzioni ai danni dell’invasore e che tiene con il fiato sospeso tutta la comunità internazionale. Non solo gas e petrolio, però. Ad impensierire il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è anche il controllo da parte dei russi della maggior parte delle risorse minerarie del paese. Due terzi dei giacimenti minerari che si trovano nel sud e nell’est del Paese- regioni occupate da Mosca-, infatti, sono sotto il controllo russo. A denunciarlo è la società canadese che si occupa di analisi del rischio SecDev che dalle pagine del Washington Post lancia l’allarme: quasi 13 mila miliardi di dollari di depositi energetici, metalli e minerali dell’Ucraina sono ora sotto il controllo russo. Secondo quanto affermato sulle pagine del quotidiano americano, dunque, Mosca starebbe privando Kiev di un settore strategico per la sopravvivenza del Paese. Oltre al 63% dei giacimenti di carbone del Paese, Mosca ha sequestrato l’11% dei suoi giacimenti di petrolio, il 20% dei suoi giacimenti di gas naturale, il 42% dei suoi metalli e il 33% dei suoi giacimenti di terre rare e altri minerali incluso il litio. Secondo SecDev, infatti, da quando l’invasione è iniziata a febbraio, Mosca ha preso il controllo di 41 giacimenti di carbone, 27 siti di gas naturale, 14 siti di propano, nove giacimenti petroliferi, sei giacimenti di minerale di ferro, due siti di titanio, due siti di zirconio, un sito di stronzio , un sito di litio, un sito di uranio, un giacimento di oro e un’importante cava di calcare precedentemente utilizzata per la produzione di acciaio ucraino. Una situazione analoga si è già verificata con la guerra nel Donbass del 2014, quando perdendo il controllo dei giacimenti di carbone in queste regioni, Kiev era stata costretta ad iniziare ad importare il minerale. Nel 2021, le importazioni di carbone, infatti, ammontavano a quasi il 40% del consumo dell’Ucraina.

L’annientamento strategico dell’Ucraina Le valutazioni sull’impatto della guerra sulle risorse energetiche e conseguentemente sull’industria dell’Ucraina è ancora in corso, ma la situazione di conflitto e di instabilità ha conseguenze inevitabili sugli investimenti stranieri nel Paese. Il caso della società di investimento polacca- ucraina Millestone & Co ne è un esempio. Come riportato dal Washington Post, infatti, nel 2021 la società per metà polacca per metà ucraina ha stretto un accordo con una compagnia mineraria australiana per l’esplorazione attiva in due siti di litio- minerale utilizzato, tra le altre cose, per le batterie delle automobili elettriche- appena scoperti. Una volta iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, le società hanno dovuto bloccare gli investimenti. Uno dei siti di litio oggetto dell’accordo, infatti, ora si trova a pochi chilometri di distanza dalla linea del fronte e non si sa neanche se è sotto controllo russo o ucraino.

La strategia della Russia, quindi, è chiara: vincere la guerra non sul piano bellico- vista la resistenza strenua e instancabile dell’esercito ucraino- ma sul piano energetico. Mosca, dunque, punta ad annientare economicamente Kiev, così da fermare ogni velleità di resistenza. La maggior parte delle riserve di petrolio e di gas ucraino sono ancora sotto il controllo di Kiev, ma l’espansione della Russia e il controllo dei giacimenti minerari che si trovano nelle zone occupate, mettono a rischio non solo il futuro dell’ economia e dell’ industria ucraina ma anche quello dell’Europa che ora ha un bisogno urgente di rendersi rapidamente indipendente dal punto di vista energetico dalla Russia. Il controllo di Mosca sulle principali risorse minerarie dell’Ucraina- come sostiene il Washington Post- rappresenta un’importante “battuta d’arresto tattica”. “L’occupazione russa del territorio ucraino ha implicazioni dirette per la sicurezza energetica occidentale, ha affermato Robert Muggah, co-fondatore di SecDev intervistato dal Post. “A meno che gli europei non riescano diversificare rapidamente le fonti di petrolio e gas, rimarranno fortemente di pendenti dagli idrocarburi russi”.

Una possibile via d’uscita La situazione è critica, ma non tutto il male viene per nuocere. In futuro, l’Ucraina potrà venire fuori dal pantano in cui Mosca l’ha relegata accelerando il processo di modernizzazione della propria rete energetica e potenziando il settore delle energie rinnovabili. Difficile da realizzarsi in questo momento in cui quasi la metà dei suoi impianti di energia rinnovabile, compreso l’89% dei suoi parchi eolici, si trovano in territori sequestrati o zone di conflitto.

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