L’esperienza berlusconiana ha messo in guardia gli italiani sui rischi connessi al consegnare maggioranze parlamentari a partiti proprietari, privi di democrazia interna, i cui rappresentanti seguono compatti il capo politico anche quando le sue decisioni sono manifestamente contrarie all’interesse comune. Nell’imminenza delle prossime elezioni politiche è quindi particolarmente importante valutare la democrazia interna dei partiti che si considerano per il proprio voto, perché, una volta consegnata ad un partito una consistente quota di parlamentari, l’elettore è sostanzialmente privo di un vero potere di controllo fino all’elezione successiva e si affida ai meccanismi decisionali interni del partito scelto, che dovrebbero impedire che il partito, coi suoi parlamentari, si comporti come la dittatura del suo segretario.

Sono caratteristiche di questi partiti l’enorme differenza tra la visibilità del capo e quella dei gregari, che devono il loro successo elettorale a lui e non hanno un seguito popolare indipendente, e la difficoltà o impossibilità di cambiare la leadership.

Limitando l’analisi allo scorso decennio, andando in ordine di preferenze espresse nei sondaggi e tralasciando i partiti minori, osserviamo che Giorgia Meloni è presidente di Fratelli d’Italia ininterrottamente dal 2014, anno in cui è succeduta a Ignazio La Russa.

Il segretario del Pd all’inizio del 2013 era Pierluigi Bersani, ma dopo poco si dimise e l’assemblea del partito votò Guglielmo Epifani; dal dicembre 2013 la carica passò a Matteo Renzi, che si dimise all’inizio del 2017. Gli successe Matteo Orfini come reggente, fino alla rielezione di Renzi che svolse per un anno un secondo mandato, prima di dimettersi nel 2018. L’assemblea votò come reggente Maurizio Martina, cui successero prima Nicola Zingaretti e poi Enrico Letta: in 10 anni nel Pd si sono alternati sette segretari (tre dei quali con carica ad interim). Matteo Salvini è segretario della Lega ininterrottamente dalla fine del 2013 (con cambio di denominazione da Lega Nord a Lega per Salvini premier).

Nel M5S il capo politico è stato Beppe Grillo (dalla fondazione al 2017), seguito da Luigi Di Maio (2017-2020), dall’interim di Vito Crimi, e poi da Giuseppe Conte, attualmente in carica; ma il caso del M5S è peculiare perché in realtà il regista delle decisioni principali è da sempre Beppe Grillo, inizialmente con Gianroberto Casaleggio (deceduto nel 2016) e poi apparentemente da solo. La carica di Garante di Beppe Grillo non ha corrispettivi negli altri partiti e non prevede decadenza o avvicendamento, né viene votata o ratificata dalla base; consente però un potere molto grande, ad esempio la decisione sul mantenimento della regola dei due mandati è di Grillo e non di Conte, o del direttivo, o degli iscritti; e ovviamente questa regola fa decadere tutti i quadri del partito, tranne Grillo stesso che non fa mandati e risulta inamovibile.

Di fatto il M5S è Beppe Grillo, e gli iscritti, nonostante le pretese di “democrazia diretta”, sono chiamati a votare solo quando e come decide il Garante. Può darsi che Conte consegua una certa influenza e possa partecipare a prendere decisioni insieme al Garante, ma per ora ogni volta che c’è stato contrasto Beppe Grillo ha prevalso su di lui come su chiunque altro. Infine, Silvio Berlusconi è padrone indiscusso di Forza Italia dalla sua fondazione (1994).

Questa semplice analisi condotta col solo supporto, accessibile a tutti, di Wikipedia, dice che, con l’eccezione del Pd, tutti i partiti maggiori sono stati nello scorso decennio imprese monopersonali, che rinnovano o sfiduciano il proprio leader con estrema difficoltà o affatto, e della cui democrazia interna è lecito dubitare.

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