di Coordinamento Livorno Porto Pulito

“I fumi delle navi ci uccidono” è il grido di allarme che tornano a lanciare i tanti cittadini e lavoratori livornesi angosciati dall’aria irrespirabile e cancerogena che arriva ogni giorno dal porto. E per coinvolgere maggiormente tutta la città, qualche sera fa una barca è discesa e risalita lungo gli antichi canali, nel pieno della kermesse di “Effetto Venezia”. A bordo, due persone con la maschera antigas reggevano un grande striscione giallo che ripeteva quell’ammonizione. Livorno è l’ottavo porto europeo per inquinamento da traffico turistico. Anche in questo caso il lockdown aveva temporaneamente purificato l’aria, ma l’esplosione delle crociere e del movimento di traghetti ha subito riportato la città alla sua drammatica situazione sanitaria.

Una città già segnata dalle emissioni della raffineria Eni, dell’inceneritore, da un traffico veicolare che a differenza di tutti gli altri capoluoghi toscani attraversa prepotentemente le strade del centro. E adesso, di nuovo, i fumi dei traghetti e delle enormi navi da crociera, che transitano e sostano per ore agli ormeggi con i motori accesi, per mantenere in funzione le apparecchiature di bordo. A poche decine di metri dalle case e dagli uffici della Capitaneria, a poche centinaia di metri dal comune, dalla prefettura, dalla camera di commercio, dalla Port Authority, dal duomo.

I livornesi, soprattutto quelli che operano nel Coordinamento Porto Pulito, hanno chiesto alle autorità competenti quattro cose chiare:

1. ad Arpat: sapere in dettaglio cosa respirano, attivando immediatamente nuove centraline di rilevazione atmosferica in prossimità del porto;

2. alla Capitaneria: conoscere in dettaglio quali controlli si stanno effettuando a seguito delle tante segnalazioni di fumi irrespirabili;

3. alla Port Authority: capire i reali passi avanti fatti nella elettrificazione delle banchine (ne è stata approntata solo una, rimasta inattiva) e quali siano le misure per superare i gravi problemi tecnologici e amministrativi, nonché il gap del costo energetico che ricadrebbe a carico degli armatori;

4. al Comune: permettere ai cittadini, come in altre città, la partecipazione attiva ai lavori delle commissioni consiliari dedicate a questo ed altri temi ambientali.

Uscendo dall’ambiguità di un accordo (il “Blue Agreement”) stipulato con gli armatori due anni e mezzo fa su base volontaria, che non ha prodotto alcun risultato. Dopo riunioni, pec, segnalazioni documentate di emissioni intollerabili, comunicati stampa, articoli di giornale, nessuna risposta è per il momento pervenuta. E nel frattempo le persone silenziosamente si ammalano e muoiono. Nel frattempo, i residenti della mezza dozzina di quartieri vicini al porto sono costretti a chiudere le finestre quando il vento spira dal mare, per cercare di arginare la polvere tossica che penetra ovunque, compresi i polmoni dei bambini e delle persone anziane.
Esattamente come a Taranto, mentre le autorità stanno a guardare.

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