Servirebbe sicuramente oggi uno Sturzo che fa appello ai liberi e forti per salvare la democrazia. Ma sentire i vari Letta, Calenda, Renzi, Bonelli e Bonino gridare alla sollevazione popolare contro la destra lascia una sensazione di melanconia.

L’unico tra tutti i paesi europei che registra una variazione percentuale dei salari annuali medi in tra il 1990 e il 2020 negativa è l’Italia. Il contrasto alla criminalità e all’evasione fiscale, complici decenni di leggi permissiviste votate di volta in volta da praticamente tutti gli schieramenti politici, ha permesso che nel belpaese prosperassero i comportamenti individualistici e egoistici più esasperati. Anche le misure di distrazione di massa come i diritti alle minoranze di genere, evocate così spesso per sottolineare la differenza tra sinistra e destra, fan parte di un cambiamento dei costumi che non incide sulla struttura del capitale e sull’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito. Se a questo si aggiunge la delegittimazione costante e continua dell’autorità pubblica, capace solo di porre vincoli formali e di non incidere sul comportamento reale della popolazione, dire che il pensiero politico dominante ha interiorizzato ormai stabilmente i pilastri del pensiero politico di destra (difesa delle rendite economiche, libertà individuali e peso minimo dell’autorità pubblica) è una conclusione tanto ovvia quanto inoppugnabile.

In tutto questo scenario dove di sinistra e di progressivismo non c’è traccia ormai da decenni, regna la politica da avanspettacolo che riempie le prime pagine dei giornali di proprietà dei grandi padroni delle ferriere.

Intanto è di questi giorni la notizia che in Ucraina la più grande centrale nucleare del paese è stata bombardata e minata. Non è chiaro se gli italiani sono consapevoli di cosa significherebbe una fuoriuscita radioattiva in territorio ucraino ed è sempre bene averne memoria: migliaia di morti, contaminazioni dei terreni, piogge radioattive estese su gran parte dell’Europa, collasso dell’economia. Certo nessuno può credere che i belligeranti sarebbero così folli da fare saltare in aria una centrale nucleare. Ma in una guerra dove fanatismo, imperialismo e caos dominano la scena, anche un piccolo errore di traiettoria nel lancio di un razzo o un distacco dalla rete elettrica necessaria per raffreddare i reattori è possibile e andando avanti con i mesi sempre più probabile.

Di fronte a questo scenario, leggere sulle prime pagine dei giornali che nessuno dei politici candidati a guidare il paese ha messo in cima all’agenda una posizione di ferma contrarietà all’invio di armi all’Ucraina e la richiesta dell’apertura di negoziati per fare finire la guerra dà l’idea di una nazione ormai al definitivo sfascio.

Da personaggi improvvisamente proiettati alla notorietà da parte dei poteri forti non si può pretendere ovviamente molto. Di Calenda ha già descritto bene carattere e caratura Crozza, di Letta c’è poco da dire così come di Meloni e pseudo atlantisti dell’ultima ora. Da Conte e Salvini ci si poteva attendere per svariati motivi di più, avendo espresso in passato entrambi i politici opinioni critiche sulla strategia draghiana dell’invio continuo di armi per alimentare il conflitto. Ma Salvini è ormai in caduta libera e più che promettere irrealizzabili flat tax al 15% non può fare, mentre da parte di Conte, oggi progressista ma che due anni fa firmava senza battere ciglio gli inutili decreti Salvini sulla sicurezza, al momento non arriva troppo altro che qualche generica e molto sfumata affermazione sull’opportunità di ripensare la strategia politica finora adottata.

Il dibattito elettorale, per timore di schierarsi in modo definitivo sul tema, è così praticamente tutto concentrato su misure di politica interna. Qualcuno promette meno tasse, qualcuno più assistenza e bonus, qualcun altro migliori pensioni. Dove prendere i quattrini per uno stato con uno dei più grandi debiti pubblici al mondo non sembra essere un problema.

Ma la politica interna oggi come non mai dipende dalle scelte di politica internazionale ed è su questo piano che la campagna elettorale dovrebbe infiammarsi. E’ una posizione ferma e intransigente contro il furore bellico dilagante che può fare la differenza per la vita di tutti. I contrari all’invio di armi in Ucraina sono la maggioranza della popolazione e come prevede anche il vecchio Draghi nuvole molto scure si delineano rapidamente all’orizzonte. Non fosse altre che per basso interesse di bottega, mettere al centro della campagna elettorale il tema della posizione di fermissima contrarietà da assumere come paese nei confronti di una guerra che rischia di distruggere non solo le economie occidentali, ma anche l’intera umanità, sarebbe allora l’unica cosa giusta da fare e l’unica decisione assennata da prendere per dare un segnale che alla politica interessano ancora veramente gli interessi del paese.

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