A rileggerla oggi, quell’intervista vecchia appena 15 giorni fa un effetto straniante: “Parleremo con chi si approccia con spirito costruttivo e chi non arriva con veti. In una vacanza di due settimane in camper non porti qualcuno che, appena salito, chiede a un altro di scendere“, diceva a Repubblica il 24 luglio il segretario del Pd Enrico Letta. Tracciando le linee guida per costruire il suo nuovo “campo largo”, il fronte repubblicano in funzione anti-destre: tutti dentro (escluso il Movimento 5 stelle, colpevole di aver tolto il sostegno al governo) e l’innalzamento dell’agenda Draghi a “perimetro della serietà e del patriottismo, la base di partenza“. Con un occhio di riguardo a Carlo Calenda, “il più consistente dal punto di vista dei numeri”. Com’è andata a finire è sotto gli occhi di tutti: dopo aver gettato il sangue per far salire a bordo il leader di Azione, firmando un accordo programmatico in cui accettava tutte le sue condizioni, l’ex premier si è visto sbattere la porta in faccia in diretta televisiva con la scusa della presenza in coalizione di sinistra e Verdi, un dato acquisito fin dall’inizio. E in una nuova intervista, stavolta alla Stampa, sfoga rabbia e frustrazione: “Sono stato un ingenuo“. Lasciando intendere che tra non molto (già dopo il voto?) potrebbe dimettersi lasciando il testimone al suo successore, che spera “sarà una donna”.

D’altra parte quella andata in scena domenica è un’impietosa Caporetto della sua linea politica: per inseguire il centrismo e la mitologica agenda dell’ex banchiere, Letta ha escluso fin da subito il Movimento 5 stelle dal perimetro dell’alleanza progressista, nonostante un dialogo in corso ormai da quasi tre anni. Ma è riuscito comunque a rimanere col cerino in mano, privo dell’alleanza a cui teneva di più e ostaggio delle promesse fatte per compiacerlo, invise a quello che è rimasto l’unico partner di coalizione (la lista rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli). Nell’intervista, il segretario ribadisce quanto aveva già twittato ieri subito dopo lo strappo: “Calenda può stare solo in un partito che guida lui, in una coalizione di cui è il solo leader e in cui non ci sia nessun altro. È sufficiente a se stesso e incapace di parlare con chiunque altro”, si sfoga, dando l’impressione di aver capito troppo tardi i tratti caratteriali del suo ex alleato.

Ma “era già successo”, appena una settimana fa, “che Calenda mettesse in discussione un accordo siglato con una stretta di mano”, gli ricorda l’intervistatrice, Annalisa Cuzzocrea. Lui risponde candidamente: “È vero, è la seconda volta. Col senno di poi sono stato troppo ingenuo. Ma sono esterrefatto: il principio fondamentale del diritto è “pacta sunt servanda” (i patti vanno rispettati, ndr). Se un politico, un uomo di Stato, fa saltare gli accordi che ha firmato perché ha cambiato idea non c’è più la politica, siamo su Twitter, dove si può cambiare idea ogni minuto. Ecco, credo che Calenda abbia scambiato Twitter per il mondo reale“. E poi ammette – sempre facendo intendere di averla realizzata solo ora – un’altra verità chiara a chiunque: “Calenda ha reso Fratoianni e Sinistra italiana un totem gigantesco, ha ingigantito una questione inesistente per giustificare il fatto che ha cambiato idea”.

È parlando del possibile esito delle elezioni, però, che il segretario sceglie di lanciare un messaggio ricco di sottintesi. “Davvero pensa che Renzi e Calenda vogliano aiutare la destra?”, chiede l’intervistatrice. Risposta: “Si stanno assumendo questa responsabilità. Ma quando vedo i sondaggi sono preoccupato fino a un certo punto: noi abbiamo il ruolo di partito guida. In questo c’è una differenza tra loro e il Pd perché il nostro è un lavoro collettivo. Ho preso il testimone da Nicola Zingaretti e lo passerò al mio successore, che spero sarà una donna. Ho imparato nella vita che non si sta bene solo a capotavola“. Infine, nei passaggi più programmatici dell’intervista, sembra voler ritrattare i contenuti del patto siglato con Calenda (che però lo vincola anche a +Europa di Emma Bonino, che invece vuole restare nell’alleanza). A partire dalla famigerata “agenda Draghi”: “La parola agenda porta malissimo, togliamola dal tavolo. Il programma del governo Draghi è stato positivo e lo abbiamo sostenuto”, ma “non c’erano dentro temi che vorremmo in un governo di centrosinistra: più ambizione sull’ambiente, sul sociale, sui diritti“. E cita la riduzione delle emissioni, l’installazione di rinnovabili, la questione sociale, la lotta alla precarietà, l’ormai celebre dote ai diciottenni. Tutto più facile senza un partner “ingombrante” da tenersi buono.

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