Ancora tensione al confine tra Serbia e Kosovo, dove, a partire dal 1 agosto, era prevista l’entrata in vigore di alcuni obblighi varati dal governo di Pristina: il divieto di ricorrere a carte d’identità e targhe automobilistiche serbe e, al contrario, la richiesta di usare solo documenti kosovari. La normativa ha generato nelle scorse ore alcune proteste da parte della popolazione di etnia serba del Paese e il governo kosovaro ha così deciso di rinviare di un mese, al primo settembre, l’attivazione delle misure.

I manifestanti kosovari di etnia serba hanno infatti bloccato le strade che conducono ai valichi di confine di Jarinje e Bernjak, obbligando le autorità a deciderne la chiusura. Media locali hanno riferito che la Forza per il Kosovo a guida Nato (Kfor) ha inviato militari a pattugliare le strade. Immediata è stata la reazione di Belgrado, cui ha fatto seguito quella di Mosca, che ha fatto appello a Pristina, Stati Uniti e Unione Europea affinché “mettano fine alle provocazioni e osservino i diritti dei Serbi del Kosovo”. Si è espresso infatti il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: “Crediamo che i Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo e ne sono diventati i garanti, debbano esercitare tutta la loro influenza per avvertire le autorità del Kosovo di non adottare misure sconsiderate che possano portare all’escalation”, ha detto Peskov. “Chiediamo che tutti i diritti dei serbi siano rispettati”, ha aggiunto.

Dal canto suo, il governo kosovaro ha avuto consultazioni con l’Ue gli Usa: la forza internazionale Kfor a guida Nato ha avvertito di essere “pronta a intervenire se la stabilità sarà messa in pericolo”. L’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea (Ue), Josep Borrell, ha “accolto con favore la decisione del Kosovo di spostare le misure al primo settembre” sul divieto dell’uso di documenti e targhe serbe. “Mi aspetto che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente”, ha scritto Borrell su Twitter sottolineando che “le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo facilitato dall’Ue e l’attenzione” dovrebbe concentrarsi “sulla normalizzazione globale delle relazioni tra Kosovo e Serbia, essenziali per i loro percorsi di integrazione nell’Unione”. Il suo portavoce, Peter Stano, ha chiesto di non alzare i toni: “Chiunque sia coinvolto deve restare calmo e ogni azione non coordinata e unilaterale che mette in discussione la stabilità e la sicurezza, e che impedisce la libertà di movimento per tutti i cittadini deve cessare immediatamente. Il solo modo di risolvere le dispute è attraverso il dialogo”. Ha poi proseguito sottolineando come l’Ue abbia invitato le due parti a incontrarsi a Bruxelles. “Siamo e resteremo in stretto contatto con Kosovo e Serbia – ha aggiunto – e ci coordiniamo con Eulex, la missione Nato in Kosovo e i partner internazionali, specialmente gli Stati Uniti”, con l’obiettivo di “ridurre le tensioni”.

La disputa ha riacceso le tensioni tra Pristina e Belgrado, che non riconosce l’indipendenza del Kosovo. Media internazionali riferiscono che il presidente serbo Aleksandr Vucic, in un discorso televisivo, ha mostrato una cartina del Kosovo coperto dalla bandiera serba e ha avvertito che se i serbi saranno minacciati, la Serbia ne uscirà vittoriosa. I contrasti si erano già verificati nel settembre del 2021, quando le autorità kosovare avevano imposto la rimozione delle targhe serbe dalle auto in ingresso nel Paese. Pristina chiedeva che venissero sostituite con altre, temporanee e riconoscibili per la sigla RKS – Repubblica del Kosovo. Secondo quanto riferito dall’esecutivo kosovaro, si trattava di applicare una legge speculare a un analogo provvedimento serbo. La situazione si era poi sbloccata facendo ricorso ad adesivi da apporre alle targhe delle macchine in entrata nel Paese. Un processo definito all’epoca provvisorio fino a nuova normativa.

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