Le dimissioni di Mario Draghi, almeno per ora, non portano automaticamente al voto anticipato. Poco prima delle 20 il presidente della Repubblica ha fatto sapere di averle respinte, invitando il premier a tornare in Parlamento per rendere comunicazioni e fare una “valutazione della situazione nella sede propria”. Quello che si è consumato giovedì pomeriggio, dunque, è solo il “primo tempo” della crisi di governo: il secondo, decisivo, andrà in scena mercoledì 20 luglio, quando il premier si presenterà alle Camere per un discorso seguito da un voto in cui si verificherà il sostegno dei partiti. Uno su tutti: il Movimento 5 Stelle. A portare alle dimissioni infatti è stata la mancata fiducia dei senatori grillini sul decreto Aiuti, approvato senza la loro presenza in Aula a causa di una norma (estranea all’oggetto del provvedimento) che apre la strada alla costruzione di un inceneritore per i rifiuti a Roma. Il leader Giuseppe Conte ha mantenuto gli annunci della vigilia e Draghi ha risposto nel modo più netto: ha annullato il Consiglio dei ministri previsto per le 15:30 ed è salito al Colle, dove ha avuto un primo colloquio (definito “interlocutorio”) con Sergio Mattarella, durato meno di un’ora. Dopodiché ha riconvocato il Cdm alle 18:15 e ha annunciato il passo indietro, comunicando ai ministri che è “venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo” e anticipando la sua missione alle Camere. Infine si è recato di nuovo dal presidente della Repubblica per rimettere il mandato, con l’esito noto.

Il quadro – A quanto riferisce l’Ansa, l’annuncio delle dimissioni è stato accolto in Cdm da un applauso. E il ministro del Lavoro Andrea Orlando, del Pd, ha chiesto subito a Draghi di “valutare, previa la debita chiarezza con le forze politiche”, se ci fossero “le condizioni per un ripensamento“. Già, perché in base al quadro uscito dal voto a Palazzo Madama il governo ha ancora una maggioranza, per quanto meno solida rispetto al passato. E soprattutto qualitativamente diversa: ha perso per strada, almeno per ora, il partito che nel 2018 aveva vinto le elezioni, azzoppato da una scissione che gli ha sottratto il titolo di prima forza in Parlamento e che Draghi sembra addirittura aver benedetto. Un grosso errore col senno del poi, visto che è stata il prequel della prima crisi politica del suo esecutivo, la terza dall’inizio della legislatura. Nel primo pomeriggio l’ex presidente della Bce era andato dal presidente della Repubblica senza passare dal Cdm: un gesto che suggeriva la volontà di dar seguito a quanto anticipato mercoledì, cioè che senza un appoggio chiaro dai 5 stelle l’esperienza del governo avrebbe dovuto considerarsi finita. Ma il Colle, nel gioco delle parti, aveva già fatto trapelare la sua contromossa: se il governo ha ancora i numeri deve tornare alle Camere per una nuova fiducia. Indicativo, in questo senso, anche il fatto che Draghi abbia anticipato ai ministri l’appuntamento di mercoledì ancor prima di presentare ufficialmente le dimissioni.

Che farà il M5s? – Ora quindi il peso del futuro del governo è tutto sui pentastellati, riuniti dalle 20 di giovedì sera in un ennesimo Consiglio nazionale. Almeno per ora non si chiude totalmente all’ipotesi di confermare l’appoggio a Draghi, come già al mattino ha chiarito la capogruppo in Senato, Mariolina Castellone, in dichiarazione di voto sul Dl Aiuti: “C’è tutta la nostra disponibilità a dare la fiducia al governo in una eventuale verifica a meno che Draghi non dica che vuole smantellare il reddito di cittadinanza o demolire pezzo per pezzo ogni nostra singola misura, dal decreto dignità al cashback”. La mossa del premier ributta la patata bollente nel campo di Conte, che dovrà scegliere se insistere a pretendere risposte sui propri temi (riassunti nel documento di nove punti consegnato a Draghi il 6 luglio) o scendere, come spera il premier, a più miti consigli ispirati dall’ala “governista” dal suo partito e magari dalle reazioni dei mercati all’instabilità politica. Le parole dell’avvocato, però, finora sembrano ispirate alla linea della fermezza. “Se noi prendiamo degli impegni con governo, Parlamento e cittadini e siamo coerenti, chi si può permettere di contestare questa linearità e questa coerenza? Non chiediamo posti, nomine, nulla, ma chiediamo ovviamente di rispettare un programma definito all’inizio: transizione ecologica e urgenza della questione sociale che adesso è esplosa”. E raccolgono l’approvazione del padre nobile del Movimento, Beppe Grillo: “Beppe è con Conte”, riferisce chi gli è vicino.

Renzi tifa per il Draghi-bis… – Certo, nel caso in cui i 5 stelle votassero la fiducia al governo, non ci sarebbe più alcuna crisi. E dunque non ci sarebbe alcuna nuova maggioranza. Non si verificherebbe cioè l’auspicio di Matteo Renzi, che al Senato ha detto senza mezzi termini di puntare su un Draghi bis senza i 5 stelle. A tratti il leader d’Italia viva è sembrato quasi strattonare il premier per la giacchetta: “Faccio un appello al presidente del Consiglio. Abbiamo tutti fatto riferimento alla responsabilità e vale per tutti. Io sono un suo estimatore, ma dico che nulla giustifica ora la fermata del Governo, deve andare avanti e finire le sue attività legate al Pnrr e poi l’anno prossimo andremo a votare. In questa situazione pensare di utilizzare schiamazzi diurni per bloccare attività che serve al Paese è inaccettabile”. E anche dopo le dimissioni ha ribadito il concetto: “Draghi ha fatto bene, rispettando le Istituzioni: non si fa finta di nulla dopo il voto di oggi. I grillini hanno fatto male al Paese anche stavolta. Noi lavoriamo per un Draghi-Bis da qui ai prossimi mesi per finire il lavoro su Pnrr, legge di bilancio e situazione ucraina”, scrive su Twitter. La stessa posizione esprime il governatore della Liguria (e leader del neonato cartello “Italia al centro”) Giovanni Toti: “Ora subito al lavoro per il Draghi bis. Possibilmente senza quel Movimento 5 Stelle che oggi ha dimostrato la sua vera essenza: un partito anti modernista, anti sistema, anti italiano e totalmente inaffidabile”.

…e il Pd per lo status quo – A tifare perché nulla cambi, invece, è il Partito democratico. Che lo mette in chiaro a partire dalle dichiarazioni del mattino del segretario Enrico Letta: “Penso che si debba andare a verificare se la maggioranza vuole andare avanti oppure no e questo può avvenire solo in Parlamento. Abbiamo sempre pensato che questo governo ha la sua unicità e debba continuare con questo formato e in questo perimetro”. Dopo che Mattarella rinvia Draghi alle Camere, poi, le agenzie a firma dem si susseguono con lo stampino. “Mercoledì in Parlamento tutti dicano cosa vogliono fare. Con la responsabilità che questo momento richiede”, detta da Washington il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. “Mercoledì, in Parlamento, dinanzi al Paese ogni forza politica dovrà assumersi le sue responsabilità. Occorrerà parlare chiaro agli italiani e dire cosa si intende fare”, le parole della capogruppo alla Camera Debora Serracchiani. Uguali a quelle della capogruppo al Senato Simona Malpezzi: “Mercoledì sarà il momento della responsabilità”. Lo scopo sembra quello di convincere Conte a fare un passo indietro dalle sue pretese: a scriverlo, in maniera abbastanza esplicita, è lo stesso Letta su Twitter. “Ora ci sono cinque giorni per lavorare affinché il Parlamento confermi la fiducia al Governo #Draghi e l’Italia esca il più rapidamente possibile dal drammatico avvitamento nel quale sta entrando in queste ore”.

Le anime del centrodestra – Nell’ambito del centrodestra, l’unica forza a spingere senza dubbio per la conservazione è Forza Italia. “Complimenti al M5s per aver fatto questo guaio mentre c’è una crisi in corso, c’è una guerra ai confini dell’Europa, già la Borsa oggi è crollata, lo Spread sale, c’è un’impennata dei prezzi di tutte le materie prime. È da irresponsabili aver provocato questo caso, con un’arroganza e con dei ricatti che sono inaccettabili”, attacca il coordinatore Antonio Tajani. Più sfumata, invece, la posizione della Lega, che non riesce a sciogliere il dualismo interno tra la linea di Matteo Salvini (che vorrebbe approfittare della situazione per uscire dall’esecutivo) e i governisti che tifano esplicitamente per la continuità: “Governo finito? Beh, ci sono sempre i tempi supplementari…“, diceva nel primo pomeriggio il ministro per lo sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti. È invece netta, come è ovvio, la posizione di Fratelli d’Italia, unico partito che non ha sostenuto l’esecutivo. E pure l’unico a tifare per il voto anticipato, visti i sondaggi: “Non accettiamo scherzi, questa legislatura per Fratelli d’Italia è finita. E daremo battaglia perché si restituisca ai cittadini quello che tutti i cittadini delle altre democrazie hanno, cioè la libertà di scegliere da chi farsi rappresentare e per fare cosa”, dice la leader Giorgia Meloni dal palco di un evento a Palombara Sabina.

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