Tempo, soldi e fiducia. È quello di cui abbiamo bisogno, e che allo stesso tempo scarseggia, per poter trarre il massimo beneficio dai trattamenti anti-Covid e per svilupparne di nuovi ancora più efficaci. Manca, ad esempio, fiducia verso i farmaci già disponibili. L’antivirale di Pfizer, il Paxlovid, che se utilizzato entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi riesce a prevenire del 80% il rischio di ospedalizzazione, è stato utilizzato poco. Nonostante la possibilità di prescrizione da parte dei medici di medicina generale e la distribuzione anche nelle farmacie territoriali, fino a fine giugno solo 21.032 pazienti non ospedalizzati lo hanno assunto. Insomma un flop, considerato che l’Italia ha opzionato 600mila trattamenti per l’anno in corso. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sull’impiego di questi medicinali somministrabili a domicilio, nella prima settimana di luglio le cose sono migliorate. Dal 30 giugno al 6 luglio le richieste di per Paxlovid sono salite del 32,1%, mentre per farmaco Molnupiravir di Merck sono aumentate del 22,4%. Per quanto riguarda infine l’antivirale Remdesivir risultano in totale 13.102 pazienti non ospedalizzati per i quali è stato avviato un trattamento con questa molecola (+11,9% rispetto all’ultimo monitoraggio) e 94.802 pazienti ricoverati in ospedale trattati col medicinale (+1,44%).

“Gli antivirali che abbiamo a disposizione riducono la moltiplicazione virale, ma solo se il trattamento inizia rapidamente dopo il contagio”, spiega Giuseppe Novelli, genetista dell’Università Tor Vergata di Roma. “Il loro meccanismo d’azione non è legato ad impedire l’ingresso del virus nelle nostre cellule attraverso la proteina Spike: se da un lato quindi le mutazioni del virus potrebbero non influenzare la loro efficacia nel tempo, l’azione ‘ad ampio raggio’ non li rende poi così efficienti come vorremmo”, aggiunge. D’altro canto le aziende non hanno molto interesse a investire nella realizzazione di un farmaco troppo specifico per un solo virus.

Mancano quindi i soldi o quantomeno la volontà di investirli. “Questo è ad esempio l’ostacolo più importante contro cui ci stiamo scontrando con gli anticorpi monoclonali”, sottolinea Novelli. Stiamo parlando di farmaci costituiti dalle proteine che già naturalmente ci difendono da microrganismi invasori. Nel novembre 2020, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato per l’uso di emergenza il primo anticorpo contro Covid-19, che ha raggiunto i pazienti prima dei vaccini o degli antivirali, contribuendo a salvare la vita di moltissime persone e persino allontanando l’infezione dalle persone sane a cui è stato somministrato. Nonostante i primi successi, governi e aziende hanno deciso di concentrarsi maggiormente – o quasi esclusivamente – sui vaccini, che sono più economici da fare e più facili da dispensare. Gli anticorpi monoclonali in effetti possono costare migliaia di euro a dose, a confronto dei pochi dollari di un vaccino. Così, anche negli Stati Uniti hanno cominciato a essere poco usati. E come il virus ha iniziato ad evolversi, l’efficacia dei primi anticorpi è svanita. “Un problema risolvibile, molto più di quanto lo sia quello dei vaccino”, dice Novelli. “È molto più semplice e veloce aggiornare gli anticorpi monoclonali sulle nuove varianti rispetto ai vaccini, ma manca l’interesse”, aggiunge. In generale, manca l’interesse di investire su questi farmaci costosi nel settore delle malattie infettive. “Si preferiscono farmaci ‘ad ampio spettro, che possono contrastare più agenti patogeni alla volta, che anticorpi adatti solo contro un virus”, evidenza Novelli. Non a caso solo una manciata di anticorpi approvati dalla Fda mira alle infezioni, comprese quella causata dal virus Ebola, dal virus respiratorio sinciziale (RSV) e dal batterio Clostridium difficile.

E anche qui entra in gioco il fattore tempo, altra risorsa preziosa. “Il tempo è quello che ci permette, non solo di capire meglio il virus e le sue interazioni con il nostro sistema immunitario, ma anche di mettere a punto farmaci più efficaci e, perché no, validi anche contro più varianti”, dice Novelli. “Stiamo lavorando ad esempio alla messa a punto di anticorpi che, con l’aggiunta di peptidi, possono rafforzare la loro presa sul virus. Questi anticorpi monoclonali – continua – attaccano il virus su più siti in modo tale che se uno varia ci sono gli altri a garantire il funzionamento del farmaco”. Puntare su antivirali e anticorpi monoclonali, non significa mettere da parte i vaccini. “In oltre due anni di pandemia dovremmo aver già capito che una sola arma non è sufficiente”, dice Novelli. “Dobbiamo e possiamo utilizzare tutto quello che la scienza ci offre. In cambio – conclude – dobbiamo dare alla scienza tempo, risorse economiche e soprattutto fiducia”.

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