Ciclicamente torna alla ribalta il tema della “cancel culture” – un’ideona che non definirei né un pensiero né una filosofia – nel suo significato affermatosi nel 2017 negli Usa e presto fatto nostro per una sorta di moda e filoamericanismo esasperato. E così in esso sono incorsi diversi personaggi ed intellettuali, tra cui Tomaso Montanari che plaude all’iniziativa di un insegnante di Pistoia di cambiare il nome della sua scuola, intitolata ad Amedeo di Savoia.

Secondo la Treccani, la cancel culture è “Atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento”. Posso ancora capire gli Usa, ma fino ad un certo punto. Come affermava Woody Allen e prima anche Clemenceau, “l’America è quel paese che è passato alla decadenza senza passare dalla civiltà”.

La nostra storia millenaria viceversa è permeata di monumenti costruiti da personaggi anche inquietanti, dalla storia romana in poi, ma non per questo, in omaggio a tali teorie, dovremmo sostituire nomi di vie, demolire edifici storici, radere al suolo reperti archeologici – tranne poi viceversa ricostruire assurdamente le rovine, come s’è visto fare in questi giorni a Venaria.

Ben venga l’intitolazione a vie a nuovi edifici a personaggi più vicini temporalmente a noi, io stessa condussi una battaglia per dieci lunghissimi anni per far intitolare a Torino una via o un largo a Marisa Bellisario, cuneese che si formò a Torino come prima manager italiana in assoluto. Occorre anche ricordare che in periodi che non piacciono furono emanate tutte le Leggi di salvaguardia del patrimonio artistico, la L. 1089/39 di salvaguardia dell’Ambiente; la L. 1497/39, e molte altre. Nel 1930 fu istituito l’Inu, glorioso Istituto Nazionale di Urbanistica, che tuttora esiste: così si compì il miracolo dell’architettura razionalistica che l’americana Ruth Ben-Ghiat, docente di storia italiana alla New York University, pretendeva fosse distrutta. Per fortuna architetti, storici europei, intellettuali inorriditi rimandarono al mittente questa folle ideona, che peraltro anche politici di sinistra avevano trovato aberrante, sconveniente e sconvolgente.

Pensate perdere opere di Adalberto Libera, Giovanni Muzio, Gino Levi Montalcini, Giuseppe Terragni, Giovanni Muzio, Elena Luzzato (di cui ho scritto recentemente), Cesare Valle e molti altri. La nostra cultura dovrebbe definitivamente emanciparsi da tentazioni, suggestioni di altre mentalità che nulla o poco hanno da insegnarci. Prendiamoci l’onore e l’onere di difenderla, insieme alla nostra unica, inestimabile Bellezza!

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