Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, stando alle stime del Centre for Research on Energy and Clean Air, la Ue ha acquistato da Mosca gas, petrolio e carbone per un valore di quasi 64 miliardi di euro, finanziando così la guerra di Putin. Ma i recenti forti tagli delle forniture – decisi dal Cremlino, non da Bruxelles – hanno fatto sì che giugno sia stato il “primo mese nella storia in cui l’Unione europea ha importato più gas liquido dagli Stati Uniti che tramite gasdotto dalla Russia”, ha fatto sapere via Twitter Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia. Gazprom stessa ha fatto sapere di aver ridotto nei primi sei mesi l’export del 31%. Una buona notizia? Dipende dai punti di vista: importare gnl è più costoso che approvvigionarsi via gasdotto e l’Eurozona è già alle prese con un’inflazione galoppante. In più l’indipendenza dalla Russia è ancora lontana e “il calo dell’offerta russa richiede sforzi per ridurre la domanda dell’Ue e prepararsi a un inverno rigido“, ha ricordato Birol.

La Germania è già in stato di allerta e tra poche settimane sarà il momento della verità: tra l’11 e il 21 luglio il consorzio Nord Stream di cui fa parte Gazprom chiuderà come ogni anno per lavori di manutenzione le linee del gasdotto che collega i giacimenti siberiani al terminal tedesco di Greifswald e c’è il timore che questa volta possa non riaprire più i rubinetti. Magari dando la colpa, come ha fatto finora, alle sanzioni occidentali che non consentono l’approvvigionamento e la riparazione di componenti. In quel caso il Paese – e il resto dell’Eurozona – è destinato secondo gli analisti a finire in recessione perché dovrà razionare l’energia all’industria, oltre che alle famiglie. Già ora per far fronte alla riduzione delle forniture Berlino ha aumentato il ricorso al più inquinante carbone, anche perché in questi mesi la produzione da fonte eolica è stata inferiore alle attese. Una nuova battuta d’arresto sul fronte della transizione ecologica, dopo che nel 2021 secondo Eurostat i combustibili fossili sono stati di nuovo la prima fonte nel mix produttivo dell’energia elettrica in Ue, tornando a superare le rinnovabili che erano passate al primo posto nel 2020.

Non a caso la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato che “per la metà di luglio” sarà pronto il piano d’emergenza sulle forniture energetiche per l’Ue. “E’ un momento difficile, la Russia sta deliberatamente tagliando parzialmente il gas verso l’Europa e serve una risposta europea comune, come per il Covid”, ha sottolineato. Il dossier energia è stato al centro del viaggio dei commissari europei a Praga per lo ‘start’ della presidenza della Repubblica Ceca del semestre europeo. A questo punto non è escluso un vertice straordinario dei ministri dell’energia dell’Ue nella terza decade di luglio. I pilastri dell’iniziativa allo studio di Palazzo Berlaymont sono contenimento della domanda e un meccanismo di solidarietà che operi in maniera ferrea “facendo arrivare il gas laddove ce ne è più bisogno”, ha spiegato von der Leyen. Del resto, due gasdotti su tre, nel Vecchio continente, sono adeguati alla condivisione dei flussi di gas.

“Bisogna fare i conti con un interlocutore russo che in questo momento ha in mano le carte“, ha sottolineato dall’Italia il presidente dell’authority dell’energia Arera dopo il decreto con cui il governo ha stanziato altri 3 miliardi per tenere sotto controllo i rincari energetici. Il ritorno alla normalità sul fronte dei prezzi, che in un effetto domino fanno salire poi anche quelli degli altri beni e servizi, non è insomma prevedibile vista la crisi geopolitica e le tensioni sui mercati delle materie prime. E “lavorare adesso per avere una situazione gestibile il più possibile nel corso dell’inverno è assolutamente fondamentale”. Il tetto al prezzo del gas sponsorizzato da Mario Draghi non ha raccolto consensi al vertice Ue della settimana scorsa e i leader non hanno accettato di tornare a riunirsi in luglio per discuterne come chiedeva l’Italia: se ne riparla in autunno, quando però i giochi saranno fatti e chi non è riuscito a riempire gli stoccaggi saranno dolori.

In queste ore Putin è tornato a brandire l’arma del gas firmando un decreto per trasferire i diritti sul giacimento di gas e petrolio Sakhalin 2 a una nuova società russa, motivando la decisione con ragioni di interesse nazionale e di sicurezza economica. Una quota del 27,5% del maxi-giacimento è detenuta dalla multinazionale britannica Shell, che all’indomani dell’inizio della guerra aveva dichiarato di volerla vendere e recentemente ha annunciato progressi nella dismissione di asset valutato 4,1 miliardi di dollari. Il decreto, che complica i piani di vendita, assegna un mese di tempo agli azionisti per dire se intendono entrare nella nuova società, con Mosca che si riserva un diritto di veto, e avverte che una uscita dal capitale potrebbe non essere interamente compensata. Oltre a Shell sono presenti in Sakhalin 2 le nipponiche Mitsubishi (10%) e Mitsui &Co (12,5%). Il premier giapponese, Fumio Kishida, in marzo aveva detto che il Giappone non avrebbe abbandonato il giacimento, il cui gas viene in larga venduto proprio a Tokyo in forma liquefatta.

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