di Pietro Francesco Maria De Sarlo

Non bastavano il Covid, la guerra, la siccità e le cavallette: ci mancava Mariastella e il ddl sulla autonomia differenziata. A lei manca però la capacità, tutta piddina, di lavorare nel buio delle catacombe della politica, come Paolo Gentiloni che, a capo di un governo in articulo mortis, firmò un patto palesemente incostituzionale con Zaia, Bonaccini e Fontana nel febbraio 2018, che prevedeva la distribuzione della spesa pubblica tra le regioni in base alla popolazione e al Pil e sottraeva alla potestà del parlamento gli accordi Stato-Regione.

Gentiloni che si propone come uno dei difensori della Ue ha iniziato il processo di disgregazione dello Stato unitario. Non ci vuole la sottile dottrina di Massimo Villone che ci spiega come e perché il progetto di autonomia differenziata porti alla disarticolazione del Paese. Basta considerare che in uno stato unitario la torta da spartire è una e non 21, quante sono Regioni e Province autonome e, come sanno anche i camerieri dei peggiori bar di Caracas, se i primi si prendono una fetta più grande agli altri resteranno fette più piccole. Per questa ragione non è possibile sottrarre a una negoziazione unica e al Parlamento gli accordi Stato-Regione, come pretende di fare anche Gelmini. Se l’intenzione è la secessione facciamola, ma non strisciante: meglio una fine con dolore che un dolore senza fine.

Ci sono poi altre piccole quisquilie e pinzillacchere. La pubblicistica antimeridionale ha fatto credere ai ‘laboriosi’ popoli del Nord che al Sud piovessero quattrini come la manna dal cielo e che chi pagava di più riceveva meno. Platone diceva che i creatori di favole governano il mondo, ma nello specifico le favole di stampo secessionista si sono scontrate con la realtà dei numeri prodotti dalla agenzia per la Coesione che ripartisce i mille e passa miliardi di spesa pubblica tra le Regioni. La spesa media pro capite del Nord-ovest è pari a 19.291 €, nel Nord-est 17.754 €, al centro 20.365 €, al sud 13.756 € e nelle isole 15.004 € (dati 2019). Facendo qualche conto, nel Mezzogiorno arrivano quasi 5.000 € all’anno in meno rispetto al Centro-nord, che per i 20 milioni di abitanti fanno 100 miliardi all’anno in meno, più della metà di tutto il Pnrr. Smentita anche la necessità di spendere di più dove si produce di più, perché già ora è così. L’indice di correlazione tra spesa pubblica e Pil regionale è di 0,8 (il massimo è 1) e solo due regioni (Toscana e Veneto) hanno una spesa pubblica un po’ inferiore alla media nazionale e un Pil superiore. Si arriva all’assurdo che la spesa per le politiche sociali sia maggiore nelle regioni più ricche.

In questo caso c’è una correlazione inversa tra le regioni con la maggiore percentuale di persone in povertà assoluta e la spesa per le politiche sociali: ben -0,83. Per il sociale si spendono 6.893 € pro capite in Lombardia e 4.899 in Campania: più a via Brera a Milano che a Scampia a Napoli. Cosa si pretende di più al Nord? Mi pare che nei fatti la Costituzione e i principi basici dell’appartenenza a uno stesso Stato unitario siano già stati violati a sufficienza. In piena pandemia i meridionali guardavano atterriti le file di camion che portavano via i cadaveri da Bergamo. Si sono barricati nelle case dicendosi l’un l’altro: se questo avviene in Lombardia cosa accadrà quando il Covid arriverà al Sud?

Polito sul Corriere della Sera ha parlato invece della Schadenfreude del Sud contro il Nord, ossia quel meschino sentimento per cui l’ultimo della classe gode quando il primo prende 4 al compito. Noi meridionali siamo molto meglio di così. La classe dirigente del Nord è afflitta da miopia localistica, ben lungi da assumere visioni e responsabilità nazionali. Dopo 160 anni il sentimento unitario è diventato frivolo e inconsistente e si sta sfaldando, tra sospetti e menzogne.

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